Da sempre “Di Spalle” è un’inquadratura sbagliata. Così mi ha insegnato mio padre, così i buoni maestri di fotografia, ma da sempre esistono le fotografie da questa particolare inquadratura e da sempre hanno attratto la mia curiosità. Col tempo ho iniziato a pormi una domanda. E se non fosse così?, e se dietro un’inquadratura “di spalle” ci fosse comunque una capacità narrativa?

Questo dubbio ha lavorato su di me, ha sfidato apertamente la mia timidezza e la mia testardaggine, sottoponendomi spesso a scelte (fotograficamente) dolorose. Ho raccolto questa sfida ed ho cercato semplicemente di dimostrare che “di spalle” è soltanto un punto di vista. Così ho cominciato ad usare questo angolo di ripresa per provare a dimostrare che anche “di spalle” si possono far passare emozioni, fermare momenti che non si ripeteranno mai, o soffermarsi su particolari non visibili da altre angolature. Mi interessava poi capire dove finisce la timidezza del fotografo che si spinge spesso fino all’angolo estremo per cogliere un’inquadratura decente senza che il soggetto se ne accorga, e dove comincia il rispetto per la libertà di ognuno.

Ho iniziato con le persone, soprattutto nei musei, cercando di cogliere da una postura l’emozione di chi osserva un’opera d’arte. Quella di stare in un museo ad osservare le persone che guardano la bellezza è’ forse l’esperienza più stimolante. La loro attenzione è concentrata sull’opera d’arte e quindi concede una maggiore libertà, una frazione di secondo in più per scegliere “il” momento adatto.

Altre volte ho azzardato anche il gioco della casualità, magari camminando per strada con la macchina fotografica e ”facendo finta” di cercare inquadrature particolari. Cercare di essere invisibili è davvero difficile, soprattutto quando non è facile, nell’immaginario collettivo, distinguere il limite tra realtà e rappresentazione: la gente non vuole essere fotografata da un estraneo, ha paura, è diffidente. Ma se il fotografo ha l’atteggiamento, l’attrezzatura, il look del “professionista”, allora le cose cambiano, la percezione del rischio si abbassa drasticamente e tutto sommato si è disposti a correre il rischio in cambio della speranza di “apparire” da qualche parte. A me è capitato di essere fermato per strada da persone che, ritenendo di essere state inquadrate, mi hanno fermato chiedendomi su quale giornale sarebbero uscite le mie foto o per quale televisione stavo lavorando.

Qualche volta faccio un altro gioco, con mia figlia in particolare. Mentre Lei cammina per strada io scatto, da tutte le angolature, La seguo, La curo, scatto, scatto, scatto…. perché credo che questo è un modo nuovo per trovare angolature altrimenti impossibili senza dover combattere la naturale diffidenza di chi è fotografato. Mia figlia, che è una ragazza di buon cuore, mi ha sempre perdonato.

Sono stato fortunato e talvolta mi sono spinto a cercare l’inquadratura anche per animali, fino a scoprire che anche gli oggetti a volte dicono qualcosa, quando sono inquadrati “di spalle”. A volte, inquadrati di spalle, gli oggetti possono anche diventare comici o magari farci sorridere o rattristarci, indurci alla tenerezza. Eh, si. Anche gli oggetti che ci circondano hanno un lato B. Molti di questi entrano a far parte della nostra vita, in qualche momento la sottolineano, più spesso ci ricordano emozioni provate. Fotografarli da un altro punto di vista, meno convenzionale, può servire a ricordarli con più cura.

Sergio Vollono