Se c’é una cosa che amo è andare a cavallo ed è, probabilmente, al mio adorato Sir Arthur che devo la mia sanità mentale.

Quando i miei genitori morirono in un incidente stradale 3 anni fa mi ritrovai costretta a tornare a Rennes-le-Château e se fosse dipeso solo da me sarebbe stata una toccata e fuga. Giusto il tempo di adiempere alle formalità del rito funebre e liquidare le proprietà di famiglia.

Ma si sa il diavolo quando vuole ci mette lo zampino e il caso volle che il giorno stesso del funerale mi dovetti fermare a dormire a villa Bethania. In realtà, la scelta fu quasi obbligata dall’appuntamento fissato col notaio per la mattina successiva e dal fatto che non me la sentivo di dormire da sola nella casa dei miei genitori: troppi ricordi e troppi rancori mai realmente sopiti.

Solo che mettere piede in “terra consacrata” provocò una serie di accadimenti che mi portarono a decidere di rimanere a vivere in quel paese e di prendermi finalmente la mia vendetta. Se mi volevano strega avrei dato loro modo di credere e temere la mia potente arte magica.

Sir Arthur Conan Doyle fu il primo di questi accadimenti.

Sir Arthur, in realtà, è un bellissimo mustang nero e credo di essermene innamorata quando lo vidi la prima volta . Era lo splendido e selvaggio animale dal manto nero e lucente che mi trovai di fronte, uscendo dall’albergo, la mattina successiva al mio arrivo. Iracondo era scappato dal recinto di padre Deprau qualche ora prima e non si sa come fosse arrivato in pieno paese.

Ricordo che quel giorno faceva freddo e l’alito dell’animale aveva un aspetto ancora più temibile, ma la cosa che mi colpì veramente fu lo sguardo impaurito dietro lo sbattere di zoccoli e il suo nitrire quasi esasperato dai maldestri tentativi del figlio del sindaco, Etienne, di catturarlo.

Fu allora che notai le briglia sciolte che pendevano da un lato del suo corpo. Non so cosa mi prese, se fu un momento di pura follia o la necessità di salvarlo dalla gente che si stava avvicinando a lui, ma le afferrai d’istinto e montai in groppa tirandole in modo da fargli sentire il morso. Infine, quando si calmò mi chinai e posai il mio viso sul suo collo. Ricordo che quello fu il primo vero momento di assoluta pace e felicità della mia vita.

Solo quando mi sollevai mi accorsi degli sguardi delle persone che si erano assiepate attorno a noi e per la prima volta loro mi vedevano, ma soprattutto mi temevano.

Fu così che assaporai pienamente cosa significava essere una strega e gli occhi ardendi e umiliati di Etienne Moreau ne furono il mio maggiore compacimento.