Christian si fermò di fronte alla macchina fotografica e per qualche minuto la osservò con evidente interesse. "E' tua?" chiese a Simone.
S:"Si"
C:"E' bella, immagino che usarla sia un piacere..." e fece scivolare un dito sul corpo macchina con la stessa lentezza e sensualità con cui avrebbe toccato un corpo femminile, lo sguardo fisso sulla reflex, ma perso in chissà quali pensieri.

Simone si sentiva un pò intimorita da quel ragazzo, anche se, di base le sembrava simpatico. Così si ritrovò a rispondergli quasi come se si dovesse giustificare di quello che faceva con la sua macchina fotografica.
"Sai in realtà non so usarla molto bene, è Jean l'esperta... io mi limito a farci qualche foto nei ritagli di tempo..."
"E cosa fotografi?" chiese Chris con un tono quasi malizioso, mentre i suoi occhi sembravano accesi di una luce strana.
Simone si strinse nelle spalle e con evidente imbarazzo rispose: "Il mio gatto, qualche volta Jean..." sospirò sempre più rossa in viso "... e per lo più le mie adorate bambole..." l'ultima frase la disse quasi senza voce, come se svelare quell'imbarazzante segreto a un perfetto sconosciuto le avesse tolto tutta l'aria dai polmoni.
Chris rise di gusto e le si parò davanti, col viso a un centimetro dal naso della Biondina, tanto che, la stessa, dovette fare qualche passo indietro spaventata. Fondamentalmente a Simone non piaceva molto il contatto fisico e l'invasione dei suoi spazi personali. E non c'era niente che odiasse di più che essere toccata senza permesso. Eppure quel ragazzo sembrava invadere il suo spazio senza che lei riuscisse a dargli un freno e questa cosa non le piaceva affatto, anzi, la imbarazzava totalmente. "Ora sa persino della mia follia di bambolara..." pensò quasi vergognandosene.

Christian la osservò divertito sfuggire il suo sguardo imbarazzata.
"Posso provarla? Non sono un gran fotografo e per lo più mi piace fotografare persone... e in questo momento mi piacerebbe fotografare te..." disse ammiccando e sorprendendola per la proposta.

Simone fece cenno di si con la testa senza quasi rendersene conto e come se fosse un robot dalle gambe molli si diresse verso il divanetto per sedersi.