Eugenia uscì dall'albergo col cuore in gola consapevole che una parte di lei era rimasta dentro quella stanza radicata nei ricordi di qualcosa che era stato e non poteva più essere.
Si fermò ad osservare il lungo viale e il via vai delle auto nella speranza di scorgere tra le auto ferme la Zonda di Maurice, ma l'auto non c'era e nonostante le valigie fossero già state caricate e l'autista l'aspettasse cortese per aprirle lo sportello, ci mise qualche minuto a riprendersi da quei pensieri. Infine, si sedette nell'elegante berlina e affrontò il viaggio verso l'aeroporto con lo stesso spirito di chi si appresta ad andare ad un funerale.

L'aeroporto dei voli privati da e per Parigi si trovava poco fuori città ed era formato da un grosso capannone che fungeva da hangar e da una serie di piccole piste a cui le auto private potevano accedere direttamente per garantire la privacy dei passeggeri. L'auto si fermò a qualche metro dal Jet della famiglia D'Anjou.
Eugenia scese e aspettò che l'autista scaricasse le sue valigie, sempre alla ricerca di qualcosa, o meglio qualcuno... infine, salì i gradini della scaletta e abbassò la testa per varcare lo sportello e in quel momento si sentì come Maria Antonietta quando, condannata al patibolo, aveva posato il lungo collo bianco sulla ghigliottina.
E in quell'immagine finalmente colse l'ironia di una frase che Iside le aveva citato riferendosi a Toni come Luigi:

"...Trasferitasi a corte, nella reggia di Versailles, per sopperire alla solitudine, alla noia e a un matrimonio deludente e tormentato, cominciò a vivere nelle frivolezze, dedicandosi a costosi diversivi..."

Fino ad allora, Eugenia, aveva interpretato quella frase come ad un riferimento al suo shopping compulsivo quando Toni le rendeva la vita particolarmente piatta, ma ora vi dava ben altra interpretazione. E come Maria Antonietta, chiuse gli occhi e aspettò che la ghigliottina facesse il suo lavoro, ma il destino aveva ancora in serbo delle sorprese per lei.