E' stato meraviglioso.

E forse questo basterebbe, come recensione. Ma forse qualche parola in più la spenderò, va là. Per prima cosa vi offro il filmato del concerto (in realtà si tratta di una selezione. Mancano infatti alcuni pezzi), che, diciamolo, non è cosa da poco. Si tratta di riprese della BBC, disponibili tramite file torrent. Enjoy it.

Poi, a seguire, vi racconto un po' come è andata, a modo mio, come al solito, che qui mica si fa giornalismo tradizionale.

La giornata del primo giugno, a Liverpool, non promette niente di buono. Piove. Per un momento, ma solo per un momento, mi passa per la testa che Paolino ha una certa età e magari teme l'umidità e che, hai visto mai, decide di stare a casa sotto le coperte e ci manda solo gli Zutons e i Kaiser Chiefs a prendere la pioggia. Ma è un pensiero che dura solo un attimo. Paolino è forte, bello e invulnerabile. E poi è un Beatle, cosa vuoi che gli faccia un po' di umidità...

Arriviamo, io e la mia paziente (ma in fondo appassionata anch'ella) fidanzata, allo stadio Anfield, grande monumento del calcio inglese in via di dismissione a seguito di una radicale operazione di rinnovo urbano. E' l'ultimo evento prima della demolizione. L'organizzazione del concerto ha predisposto transenne a serpentina per indirizzare la fila nello spazio antistante la nostra entrata. Solo che lo spazio antistante la nostra entrata non è asfaltato nemmeno un po'. E continua a piovere. E la qualità del terreno argilloso inglese assieme all'acqua forma una poltiglia che rararmente in Europa continentale se ne sono viste di più belle. E indosso delle Nike nuove nuove e bianche bianche. Ma sto per vedere Paolino. E ci andrei anche scalzo.

Manca poco alle quattro. I cancelli, dicono, verranno a aperti alle cinque. Ci mettiamo in fila. La folla s'affolla, piano piano. E cosa è più goloso ed invitante di una folla per un predicatore di una oscura setta cristiana in agguato? Solo una folla prigioniera di transenne che per nessuna ragione abbandonerebbe il suo posto, elementare Watson. E così un omino con microfono e piccolo amplificatore portatile a tracolla, sotto l'acqua, ci ha impartito la sua predica. Sapete, quelle cose tipo: "Ladies and gentlemen, Jesus Christ says that Paul McCartney is the best musician in the world..." no, non è vero, non diceva così, sto racontando una balla. Insomma, avete presente. Mezz'ora di fanatica predica sotto la pioggia a una folla di fans dei beatles protestanti. Ammirevole, non c'è dubbio.

E intanto la fila, metro dopo metro, guada la fanga inglese, consentendoci di guadagnare l'accesso allo stadio solo dopo quaranta minuti. Cosa vuoi che sia. Finalmente seduti. Tribuna laterale. Ottima visuale.

E comincia l'attesa. Ci hanno detto che le prime note arriveranno alle sei e mezza. Pazienza, ci vuole. Si cazzeggia, ci si riposa, ci si asciuga, si compra il programma del concerto, si beve una birra, si mangia un panino. E finalmente, puntuali come un orologio inglese, gli Zutons, alle sei e mezza spaccate. Quaranta minuti di musica bella, originale, energica, divertente, suonata e cantata bene. Ci si comincia a scaldare, insomma. Poi un po' di pausa per rifare il palco e arrivano i Kaiser Chiefs. Chi dice bravi, chi dice no. Sicuramente il cantante ha la faccetta da culo. La musica io la trovo banale, noiosa e piaciona. Ma lo stadio cantava i tormentoni e si divertiva. Cose che capitano.

Poi altra pausa. Sono quasi le nove. L'aria comincia a farsi elettrica. La luce diurna comincia a calare, l'imbrunire fa risaltare le luci del palco. Il gioco si fa serio, insomma.

Ed alle nove in punto, come una pendola inglese, arriva sul palco un presentatore grassottello evidentemente famoso e considerato divertentissimo, a giudicare dall'entusiasmo. Dice un po' di robe che non fanno ridere nemmeno i sassi (ma gli inglesi sì, va' a sapere) e annuncia l'ingesso di Paolino, che si affaccia sul palco, bello come il sole, in abito nero da Beatles, con lo stivaletto alla Beatles e il basso da Beatles. Che lui è un Beatle, lo può fare. Ovazione. E subito le prime note, come a tracciare una linea di partenza di una storia. Once upone a time..., c'era una volta...: Hippy Hippy Shake, un classico R&R della fine degli anni '50, e parte del repertorio dei primissimi Beatles. Bravo, così si fa. Paolino canta e suona come se avesse vent'anni. Una voce ancora bella, piena, sicura, intonata, potente.

E poi via, un salto di quasi quindici anni: Jet, epoca Wings. La band lo segue come un'ombra, perfetta. Non una nota fuori posto. Paolino è a suo agio come se fosse nel suo salotto. Noi siamo tra il settimo cielo e l'incredulità. Ma sarà vero tutto questo?  Starà accadendo? E io sono davvero qui? Ma c'è poco tempo per filosofeggiare. Paul attacca Drive My Car, la pelle d'oca è quasi un rilfesso condizionato. Il basso Hofner pulsa come un cuore adolescente e lo stadio segue ogni parola, come respirando insieme. Ecco il vero predicatore. Era lui che aspettavamo tutti. E tutti lo seguiremmo ovunque. Beep beep beep beep yeah...

Poi via, come il vento con Flaming Pie, cantata con grinta e piacere, dando piacere alla folla ormai adorante. E lui parla, allora, e ringrazia, e scherza, e ride, e racconta di essere nato lì vicino e piccole cose che si raccontano quando conosci qualcuno e vuoi condividere la tua vita con lui. E allora via: Got to Get You Into My Life, potente e meravigliosa, salendo ancora. Paolino portaci via con te.

Ed allora un altro superclassico della carriera solista: Let Me Roll It, con quel riff graffiante, suonato con una bellissima chitarra tutta colorata piena di disegnini. Lunga e appagante. Noi si ondeggia, e ci si guarda, felici. Anche lui ci guarda, ci contempla, alla fine, per un momento, soddisfatto, emozionato. E l'emozione lo porta a sedersi al pianoforte. Ed attacca My Love, canzone d'amore dedicata a Linda, il suo vero, unico e grande amore, ci piace pensare. This song is for Linda, dice, e, cantando, la voce tradisce l'emozione, questa volta. E lo stadio, trentacinquemila persone con il fiato sospeso, abbassa la voce e gli sta vicino tenendosi la mano. Bellissimo, che ancora mentre lo scrivo mi vengono i lucciconi agli occhi.

Ed allora partono le note ska di C Moon, ancora Wings, ancora Linda, in fondo, come a tracciare una strada di memoria diretta per una fase della vita che lui ama, gli appartiene e che possiamo condividere anche noi, anche se  abbiamo solo ascoltato. Non verrà infatti suonata alcuna canzone dal penultimo bellissimo disco (Chaos And Creation In The Backyards), scritto e uscito in piena crisi coniugale con Heather, quasi a dire non ci voglio pensare più. Peccato, che il disco era davvero bello. Ma forse è giusto così.

E sei lì che pensi a tutto ciò che ci accade, alla gioia, alla sofferenza, alla fatica ed alla vita, e le prime note di piano di The Long And Winding Road ti strappano ai penseri e ti riportano a dove sei, a quanta storia, davvero, ha negli occhi quel piccolo uomo seduto al pianoforte. A quanta vita ha vissuto e fatto vivere, con la sua musica, le sue parole, i suoi sogni ed il suo talento. Ed è davvero bello, essere lì, pensi. La musica è davvero una cosa speciale. Pensando agli Zutons ed ai Kaiser Chiefs, ti paiono, adesso, solo vaghi ricordi sonori sentiti un sacco di tempo fa.

Non si fa nemmeno in tempo a riprendersi dall'emozione che Paolino si toglie la giacca, imbraccia il mandolino e avvia Dance Tonight, singolo dell'ultimo suo disco Memory Almost Full. Siamo ai giorni nostri, ora. In poco più di venti minuti abbiamo attraversato cinquant'anni di musica. Forse questa ha meno mordente, meno grinta, meno calore, meno bellezza. Forse il momento meno intenso del concerto. Ma Paolino è come la Roma, non si discute, si ama.

E non è amore mal riposto. Paul racconta di quando, ragazzi, con George, tentavano di suonare una fuga di Bach con la chitarra. E che da lì, guarda un po', anni dopo, è venuta fuori Blackbird. Paul è da solo sul palco. Lui e la sua chitarra acustica per mancini, con il parapennate nella posiziona giusta, verso il basso. Blackbird fly... E tutti all'Anfield canticchiano appresso, immaginando il viaggio in India, i Beatles vestiti di bianco con la barba di qualche settimana e la chitarra in mano. Ma è solo un lampo. Che mica è finita qui.

Parte Calico Skies, di nuovo acustica, a fare coppia con Blackbird, e lo stadio che canta dolcemente for the rest of my life, seguendo Paolino come fosse il pifferaio di Hamelin, dietro alle note un po' folk che continua a regalarci. E continua, quindi, con un pezzo su Liverpool, mai sentito, forse nuovo, forse scritto per l'occasione, non saprei dire. Un pezzo che forse mi sono distratto e non ricordo nemmeno bene (oh, che già è un miracolo che mi ricordo il resto, con tutte le emozioni provate...). Ma si ritorna sul seminato e sul terreno conosciuto, sicuro e tranquillizzante appena si sente Paul raccontare che la prossima è un pezzo scritto quando era ragazzino ed attaccare con I'll Follow The Sun, con l'ormai immortale e classica scenetta della ripresa dell'ultima strofa dopo il finale perchè il pezzo è troppo corto. Ma non si fa in tempo a dire bah, che già echeggiano parole come Ah, look at all the lonely people..., con gli archi (sintetici, purtroppo) a fare da contrappunto. Eleanor Rigby, triste ed immortale. Niente da aggiungere. Perfetta.

E nella panoramica degli strumenti a corde salta fuori l'ukulele, piccola chitarrina a quattro corde, con il quale, ci racconta Paul, George amava trastullarsi. E, ci dice, quello che ha in mano è proprio quello del suo amico George. E come se fosse niente, con la naturalezza dell'amicizia vera partono le note ed i versi di Something, in omaggio all'amico che non c'è più. E lo stadio tutto si unisce al tributo. Dopo la prima strofa parte la band. E l'assolo di chitarra, suonato fedelmente, con spirito quasi filologico, che tanto che ci vuoi fare di più, è perfetto così. E gli applausi non finiscono mai.

Ma quando finiscono, il colpo gobbo, Penny Lane, che cantanta a Liverpool, come ho già scritto da qualche parte, è come cantare Roma Capoccia a Trastevere. Trentacinquemila persone all'unisono. Che nemmeno durante le partite all'Anfield si sono sentiti cori così grandiosi. Ormai siamo tutti davvero caldi, eccitati e felici. Tutti i dubbi sul concerto sono svaniti. E' bellissimo. Ed è a questo punto che Paul annuncia un ospite speciale, Dave Grohl, che sale sul palco con la chitarra in mano e attacca, assieme a Paul, Band on The Run, che offre l'occasione all'ex Nirvana di suonare la chitarra con una plastica posa rock a gambe larghe e lo sventolamento della lunga capigliatura d'ordinanza. Davvero buffo, vi assicuro. Ma secondo me era solo l'entusiasmo di suonare con Paul. Poi Dave passa alla batteria, sua postazione naturale, per una splendida e infuocata Back in the USSR. Divertente pensare come nell'album bianco, qui, la batteria l'abbia suonata proprio Paul visto che Ringo se ne era andato seccato dalle continue critiche di Paul sul suo modo di suonare. Con tutto il rispetto per Ringo, che mi sta tanto simpatico, la forza di Grohl giova al R&R filante del ritorno in URSS. Stadio in delirio, nemmeno a dirlo.

Sono passati poco più di tre quarti d'ora, Paul è ancora in piena forma e noi siamo ancora pieni di voglia di musica e di emozioni. Che arrivano, oh, se arrivano.

Paul di nuovo al piano. Piano piano attacca le note di Live and Let Die, scritta per il film di Bond e prodotto da George Martin, il vecchio produttore dei Beatles. Pezzo discontinuo nel ritmo e nello stile. Bellissimo. Che al passaggio di ritornello con il verso Live and Let Die e la seguente esplosione di suoni, si accompagna con una esplosione di fiammate davanti al palco e fontane di fuochi artificiali, unica concessione ad effetti speciali di tutto lo show. Perfetto. Gran pezzo. Una struttura compositiva un po' alla A Day in The Life, per alcuni versi. E tenete a mente il riferimento.

Siamo vicini all'ora di concerto. Sappiamo, perché ce l'hanno detto che dovrebbe durare più o meno un'ora e venti. Non manca molto. E però mancano un sacco di pezzi bellissimi che vorrei sentire ancora. Non pensare, ascolta, lascia che sia. Appunto.

Let It Be. Brividi come se piovesse (tra parentesi, aveva smesso di piovere già prima dell'inizio dello show). E' sempre lei, ascoltata mille volte, sempre la stessa. Ma non muore mai. E' sempre grandiosa. Suonata lì, davanti a noi, lì, a Liverpool, Dove tutto è cominciato tanti anni fa. Dove quei quattro sciamannati ragazzi talentuosi si sono messi insieme perché erano quei tipi di ragazzi che stavano bene insieme, come scriveva John nel 1963 nel primo articolo di presentazione dei Beatle sul nascente giornaletto musicale Merseybeat. E le note di Let It Be lasciano la gioia dentro, anche quando si sono ormai perse nell'aria fredda della sera.

Paul chiacchiera, gigioneggia con il pubblico, e ci fa fare quello che vuole lui. E via con Hey Jude. Immancabile. Un rito collettivo meraviglioso. Tutto ondeggia, leggero, in attesa del coro finale, che sai che arriverà, prima o poi e si potrà cantare a piena voce, poi. Ma intanto canticchi, segui le strofe e ti piace. E hai il tempo di pensare a Julian, il primo figlio di John, per il quale Paul ha scritto la canzone, quando John e Cynthia si sono separati. The movement you need is on your shoulder, canta Paul emozionato. E poi sale e sale, sale ancora. Remember to let her under your skin, Then you'll begin to make it better, better, better, better, better, better... e finalmente, pieni, appagati, gioiosi, tutti insieme, che potrebbe non finire mai: naa naa naa nanananaaaa, nanananaaaa, heeey juuude....., naa naa naa nanananaaaa, nanananaaaa, heeey juuude... E poi, come già a Roma al concerto del Colosseo, sotto la guida del Messia, prima i ragazzi, poi le ragazze, a cantare il coro, e poi di nuovo tutti insieme, con Paul a intermezzare con una voce ancora piena e piena di soul. E via ancora in loop come vuole la tradizione eterna di Hey Jude, fino alle ultime note, calde e universali.

Non è ancora finita, anche se tutti sappiamo che ci siamo quasi. Ma mancano ancora alcuni fondamentali. Paul ringrazia con la band al completo, inchinandosi come gli ha insegnato Brian Epstein, il manager dei Beatles, tanti e tanti anni fa, e si prepara ad uscire. Esce. E tutti sappiamo che tornerà presto.

Ed infatti passano solo un paio di minuti ed è di nuovo lì, da solo, con la chitarra. Paul McCartney da Liverpool. E non può che suonare Yesterday. Nessun commento è necessario. Immaginate ciò che volete. Avete immaginato? Era meglio.

E siccome con Paul, al meglio non c'è mai fine, riprende in mano il basso d'ordinanza Beatles e come niente fosse... I read the news today oh boy... Questa volta la voce è emozionata. E ci mancherebbe. Solo un robot potrebbe restare freddo. Un momento davvero magico. La prima volta di A Day In The Life dal vivo su un palco. Da sempre. E forse per sempre. Mica pizza e fichi. Con tanto di suono di sveglia al momento giusto. Alla fine dell'intermezzo composto da Paul, all'improvviso, prima del grande crescendo orchestrale e del riavvio delle strofe di John, attacco di Give Peace A Chance. Bell'omaggio, per carità, ma A Day in The Life avrebbe meritato di più, forse anche la fine del concerto, con il lungo e profondo accordo di pianoforte. Dal filmato del concerto apprendiamo che tra il pubblico ci sono anche Yoko Ono e Olivia Harrison, inquadrate per l'occasione sulle note dell'inno pacifista di John.

Ed ancora Lady Madonna, per chi proprio non ne ha mai abbastanza. Ma un concerto come si deve di un mito del rock, se non si chiude come Sgt. Pepper, non può che chiudersi con un R&R. E quindi? Beh, ovvio: I Saw Her Standing There: One, Two, Three, Four... Well, she was just seventeen, You know what I mean... Primo pezzo del primo 33 giri dei Beatles. Che sballo. E' c'è anche Dave Grohl alla batteria a battere i tamburi come un dannato e, credo, a divertirsi come un matto, felice come un bambino. Sullo sfondo del palco scorrono immagini dei Beatles dei primi anni. Una festa bellissima, insomma.

E così è finita. Esaltante, grandioso. Perfetto. Che dire di più.

Guardatevi il video. Ne vale la pena. Che in fondo ci sono anche un po' di Zutons e un po' di Kaiser Chiefs. E invidiatemi in modo sano ed affettuoso, mi raccomando.