Ferita, conducevo la mia bici verso casa. Una spalla dolorante, uno sbrego sulla clavicola, male dappertutto. Camminavo, alla mia destra la bici, ferita. Ruggiva dalla sofferenza, la sventurata. Ogni tanto il tono si alzava, diventava più acuto, più straziante. Cigolava, soffriva. La ruota anteriore presa e maltrattata, completamente a terra, piegata dalla violenza ferrigna di una rotaia milanese. Io ero caduta insieme a lei, ma quella messa peggio era lei, indispettita e dispiaciuta di non potermi portare a casa. La stavo portando io, e aveva le orecchie basse, il muso rattristato. Il suo ritmico farfugliare metallico era di una tristezza delusa, imbrogliata, così densa di espressività che capitava di sentirla parlare, e dirti "scusa, non ce la faccio, ci ho provato, non riesco a portarti a casa oggi, dovrai portarmi tu". Un'ammissione di impotenza che risuonava nel continuo, straziante cinguettio della ruota anteriore, massacrata e punita, mortificata e messa a tacere da un pezzo di metallo milanese. Portavo la mia bici a casa, stringevo i denti per il dolore, accarezzavo il suo muso freddo e arrugginito e le sussurravo di tenere duro ancora per poco. Nonostante tutto, provavo ancora un sentimento di forte affinità, una sensazione di identità pratica tra uomo e macchina, tra uomo e mezzo. Ma cosa c'era di meccanico, se non le mie gambe, ormai così poco abituate a camminare? Ero io il vero meccanismo, perchè lei aveva un'anima, e la si sentiva, quell'anima, straziarsi in un pianto acuto fatto di piccoli ma acuti strilletti. Forza cucciola, non ti abbandono, insieme ce la facciamo.
I LOVE MY BIKE