Chiusa nei suoi pensieri prese posto sulla seggiovia e partì.
Iniziò così il suo viaggio verso l’alto, sapendo che sarebbe stato l’ultimo.
Quella notte Marta aveva dormito come una bambina, di un sonno profondo e riposante,
come non accadeva ormai da mesi. In cuor suo sapeva il perché di questo improvviso
cambiamento;ormai aveva deciso ed era finalmente in pace con se stessa.
La sera prima, al buio di fronte la tv,stava cercando di calmarsi con alcune gocce di
ansiolitico vista l’inefficacia delle tisane rilassanti che aveva ingurgitato nel pomeriggio,
quando lo sguardo le era caduto su una rivista aperta sul tavolino vicino al divano.
“Tra le braccia di Dio’’ era il titolo a caratteri in grassetto che compariva in testa alla
foto pubblicitaria , raffiugurante un rifugio di montagna con una terrazza in legno che
si protraeva oltre il picco più alto in cui era ubicata, sospesa tra le nuvole, e con sotto
il vuoto di almeno 2000 mt.. Era stato un colpo di fulmine ed aveva quasi sorriso riponendo
nella credenza la boccetta miracolosa, prima di coricarsi e riuscire finalmente a dormire.

Come al solito con tutta l’energia possibile afferrò il seggiolino volante
gentilmente offertogli dal poderoso addetto ai lavori e saltò in sella infilandosi le cuffie
dell’i-pod. Per Nora era il suo ultimo giorno ‘’terreno’’ , come era solito chiamarlo lei,
prima di spogliarsi e rivestirsi di abiti nuovi al cospetto di Dio insieme alle sue sorelle.
Era nervosa. Mettere a disposizione la sua vita per gli altri era quello che piu’ desiderava
al mondo, di questo era sicura, solo che spessevolte di tutta quell’energia in eccesso
non sapeva cosa farne ed in convento scambiava volentieri con altre novizie
il turno di preghiera con quello riguardante qualche attività manuale che la maggior parte
delle sorelle trovava faticoso.
Basta pensare , disse tra sè e sé alzando il volume della Nona di Bethoveen,
e dedicandosi alla contemplazione del paesaggio che lentamente scorreva
sotto le sue gambe alternando rocce bianche a prati verdi e fiori millecolori.

Il tempo era volato, Marta nel tragitto sospesa dondolando era rimasta ipnotizzata
dall’imponenza di quelle pareti di roccia a cui piano piano si avvicinava e dal colore azzurro
del cielo che la sovrastava. Non riusciva a capacitarsi del fatto che fosse lo stesso cielo che
tutti i giorni era sopra la sua testa ed in questo stato di assenza si accorse solo all’ultimo
del braccio che si allungò repentinamente ad alzargli la sbarra di protezione per poi tirarla
a terra. ‘’Sveglia signorì’’ l’apostrofò ridendo, proprio mentre pensava che
quello della contemplazione era uno stato da cui non si sarebbe voluta svegliare mai.
Era un po’ come dormire....un po’ come morire. Con i piedi a terra risentì d’un tratto
il suo malessere riaffacciarsi con tutta la pesantezza dei pensieri che si trascinava dietro:
l’amara constatazione della propria mediocrità e dell’inutilità della sua presenza in questo
mondo in cui non si rispecchiava e che la faceva sentire un’alieno.
Basta pensare, disse tra sé e sé, soprattutto adesso che non aveva veramente più senso;
e zaino in spalla si cominciò ad inerpicare verso il sentiero che l’avrebbe portata in cima,
tra le nuvole , per volare almeno una volta nella sua vita.

Nora con un salto da atleta balzò a terra, prima che l’uomo-addetto-alla-seggiovia avesse il tempo
di muovere un passo in direzione del suo seggiolino. La sua attenzione fu subito attratta
da un uomo steso a terra, a cui un medico del soccorso alpino stava fasciando una caviglia
mentre concitato coordinava telefonicamente l’arrivo di strutture di soccorso più idonee
alla discesa a valle del paziente. Sembrava però nell’affanno avere tutto sotto controllo
e questo le piacque, peccato non aver studiato da medico pensò, c’era un contatto benevolo
ed attivo col prossimo. Automaticamente la sua mano andò a cercare la croce di legno
che portava al collo, dove le sue sorelle le avevano inciso ‘’Rifletti’’, visto che quello
era il nome che le avevano assegnato , “Suor Rifletti’’ , per esortarla nei suoi momenti
di esuberanza a riflettere prima di agire e combinarne qualcuna delle sue.

Marta avanzava spedita. La via che andava percorrendo fu una vera rivelazione
per i suoi occhi,che si riempivano dei colori di piccoli fiorellini che erano nati dai sassi
come licheni, e per il suo piccolo cuore che di fronte alla maestà di quelle vette sembrava
ritrovare una collocazione naturale in questa vita ed un po’ di serenità . Sorrise.
Arrivata davanti la ferrata, afferrò con forza il cavo guida e poggiò tentennante i primi passi
sulle rocce nude. A metà strada il respiro cominciò a perdere il regolare ritmo,
guardò verso il basso e le gambe iniziarono a tremare. ”Sei ridicola” si disse
“ma che paura hai? Ti sei per caso scordata perché sei qui?’’ , ma le gambe non volevano
saperne di smetterla ed il sudore freddo che imperlava la sua fronte la fece sentire
vicina allo svenimento. Raccolse i suoi ultimi scampoli di forza e riuscì faticosamente
a dirigere lo sguardo verso l’alto nonostante fosse attratto come una calamita dal vuoto
e dalle rocce sottostanti. Lassù il cielo immobile offriva come spettacolo l’alternarsi
di nuvolette che si componevano e disfacevano nel giro di qualche secondo in balia
di un vento capriccioso. Che bello, pensò calmandosi.

La ferrata fu attraversata con agilità e senza intoppi, ed ora suor Rifletti si trovava
a percorrere l’ultimo tratto che la separava dal rifugio, in preda ad un senso di angoscia
provocato a suo giudizio dal rumore di quel silenzio assordante che la circondava,
e rapidamente la sua mente andò a ritrovare quella sensazione nella nudità della sua cella
nei giorni in cui la sua compagna era assente perché in visita dai propri familiari;
ripensò al silenzio della preghiera che preferiva inconsciamente evitare,
pensò alla vita eremitica che l’avrebbe attesa, pensò al suo amore verso Dio e a quello
che sinceramente nutriva verso l’umanità tutta. Tanto era assorta dentro se stessa
che non si accorse di essere arrivata.
Il panorama era da mozzare il fiato, e si fece posto accanto ad un signore su una panca
rivolta verso il nulla. Intorno solo nuvole e cielo. Dio era lì, lo sentiva, e la sentiva.
L’uomo accanto a lei si alzò per andarsene e solo a quel punto lo riconobbe.
Era il medico che aveva incontrato alla seconda base della seggiovia, portava un’uniforme
che sulla schiena aveva il logo dei medici senza frontiere, con sotto scritto
'abbiamo sempre bisogno d’aiuto’. Il cuore le sobbalzò in petto e tra le lacrime ringraziò Dio.


Una volta raggiunto il capo opposto della ferrata Marta si accoccolò su un largo sasso,
dove vi rimase per una buona mezz’ora nel tentativo di riacquistare le forze ed il respiro
regolare che lo spavento le aveva rubato. Si rialzò ed osservando il breve tratto che
la separava da lì alla meta, di buona lena si rimise in cammino. Il solo sapere di avere
un cielo zaffiro posto come uno scudo a protezione sopra di lei, riuscì nuovamente a pacificarla
ed in men che non si dica si ritrovò in vetta sopra il mondo.
La stanchezza svanì di colpo di fronte al panorama che le si presentò davanti,
ed dovette convenire con se stessa che per una volta la pubblicità non era stata menzoniera.
Senza staccare gli occhi dal cielo che si mescolava alla nuvole e che faceva da tappeto
alla terrazza in legno ai confini del mondo, prese posto su una panca ed il suo io si disperse
nella contemplazione. Si accorse che in balia di quello splendore stava sorridendo di nuovo,
come le era successo un’ora prima e come non accadeva da tempo. Non poteva credere di aver
detto di nuovo a se stessa che il mondo riusciva ad essere ancora meraviglioso.
Doveva alzarsi adesso o mai più. Si avvicinò alla balaustra e l’altitudine le fece
girare la testa,un piede sulla trave di mezzo e una mano sull’asse più alta, e lì
la mano trovò qualcosa di levigato e piacevole al tatto. Guardò con attenzione,
era una croce in legno, e vi era inciso qualcosa che la fece sorridere e piangere
contemporaneamente prima di sedersi di nuovo ed ordinare una cioccolata calda :
’’Rifletti’’.



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