| July 2009 | ||||||||
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L’amore, in se inafferrabile perché non si può parlare di esso senza perdere i nostri e i suoi confini, è tuttavia caratterizzato da un sentimento inconfondibile. Chiameremo questo moto dell’anima il «sentimento della destinazione reciproca». Nell’amore l’amante e l’amato si sentono reciprocamente «destinati», mossi cioè da una forza che, da una parte, li supera e li governa e, dall’altra, rappresenta quanto di più specifico compete all’uno e all’altro. Il «destino», si sa, è bifronte: da un lato appare come forza cosmica, dall’altro è quanto di più singolare ci riguarda, quel che appunto ci rende «singoli», inconfondibili, in un certo senso «soli». Si dirà: un sentimento non garantisce nulla, un sentimento può anche ingannare. Così è infatti. Un sentimento non ha alcuna realtà al di fuori della psiche che lo sperimenta, dunque nessuna garanzia ontologica. È un evento, non una res, una cosa. Si radica in se stesso. Per questo può apparire effimero come una falena o immortale come un dio. Non sappiamo cosa sia l’amore, l’agàpe. Sappiamo solo che, «abitandolo», l’amante si sente destinato all’amato e questo a quello. E allora, per questo sentimento che non ha radice fuori di se stesso, si attua quel «miracolo» del tutto inesplorabile dell’«entusiasmo amoroso», in cui, dice Jaspers, «la singola persona finita diventa l’uno e l’assoluto».
Mario TREVI, Sesso, erotica, umore: una possibile geometria, dins L’amore. Dall’Olimpo all’alcova, p. 28, cf. “Sfera”, 30 (1993, octubre): Ragione / Passione, p. 62-63.
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