Il MIO INTERVENTO DURERA’ UNA DECINA DI MINUTI E RIGUARDERA’ IL RACCONTO DI ALCUNE SITUAZIONI OCCORSE:




· NEL PERIODO PRECEDENTE AL CANCRO CHE HA COLPITO MIA MOGLIE.


· DURANTE LO SVILUPPO DI QUESTA MALATTIA.


· DURANTE LA FASE COSIDDETTA “TERMINALE” FINO AD ARRIVARE ALLA FINE FISICA CIOE’ ALLA MORTE.







Avete presente un ciclista senza allenamento che si mette in testa di scalare lo Stelvio? Bene in questo preciso momento questo sono proprio io!



A)



Mi è già capitato di parlare in pubblico ma non vi nascondo che questa volta, visto il tema, sono un po’ emozionato e nella mia esposizione seguirò un canovaccio scritto che mi sono preparato.



Prima di tutto cercherò di presentare me stesso ma soprattutto l’interprete principale di questa storia che mi accingo a raccontarvi: questo personaggio è mia moglie, Christiane, chiamata Mimi, deceduta a Bellinzona il 2 settembre dello scorso anno.



Ho 66 anni, sono italiano, e di mestiere facevo l’ingegnere, l’ingegnere per intenderci quello un po’ tecnico e un po’ esploratore. Dirigevo dei grandi lavori all’estero. E come tale ho girato il mondo facendolo girare anche alla mia famiglia.
Mimi è morta a 58 anni, era belga di nazionalità e…di mestiere faceva… faceva la moglie dell’ingegnere…… e….. la mamma……di nostra figlia Carolina.
Questa non deve apparire come una definizione riduttiva, come potrebbe sembrare di questi tempi dove “casalinga” non è il massimo dei mestieri che una donna può esercitare. Mimi al contrario era il vero Amministratore delegato della nostra Società Famigliare. Aveva l’alta responsabilità di pungolare le attività produttive della azienda (cioè le mie) e di formare il personale per il futuro (cioe’ nostra figlia).



Eravamo sposati dal 1970.
Quindi abbiamo vissuto assieme un lungo periodo di tempo. Veramente a me non è parso un periodo poi così lungo.
Anzi, trattandosi di un’unione felice questi 37 anni sono volati. Sono stati belli, anzi bellissimi, movimentati e riempiti da grandi gioie, da grandi emozioni e forse anche da grandi avventure.
La nostra unione non è stata eccezionale, tutt’altro. Io la definirei non Banale….
Mai uno screzio importante, sempre innamorati, di un’amore crescente col passare degli anni.



Vi stupirò nel dire che il periodo nel quale ci siamo amati di più e’ stato quello, trascorso alle cure palliative dello IOSI, che corrisponde agli ultimi quaranta giorni della vita di Mimi.
Il culmine ..quel pomeriggio di quella domenica del 2 settembre 2007 alle 15, 15…



Ma procediamo con ordine….





B)



Veniamo alla malattia di Mimi, argomento più in tema di questa serata.
I dottori la chiamano malattia, quasi pudicamente, io lo voglio chiamare cancro e basta.
Mimi ha avuto due cancri, uno alla mammella (con linfonodo sentinella esente), operato allo IEO nel luglio del 2005, e purtroppo un secondo (indipendente dal primo) all’endometrio, operato sempre allo IEO già in metastasi nel maggio del 2006.
Sopportò 5 Chemio tra quelle più dure, tipo taxolo platino per intenderci.



Lo stato del secondo tumore riduceva al minimo le speranze di guarigione. Mimi lo sapeva. Accettò pero’ con grande coraggio le prove e i trattamenti cui fu sottoposta dopo l’operazione.



Penso che tutti i presenti abbiano una grande dimestichezza con la psicologia del paziente malato che sente degradare il suo corpo e che, se razionale come era Mimi, capisce che le probabilità di salvezza diminuiscono col passare delle settimane.



Personalmente vorrei ampliare e descrivere le sensazioni del parente, del marito nel mio caso, in questa terribile situazione.



« Ca n’arrive que aux autres.. » (Capita solo agli altri….)recita il titolo di un film in voga negli anni 70.
Infatti nella nostra vita cosiddetta moderna tutto contribuisce e tutto pare costruito in funzione di un NEGAZIONISMO totale della malattia/cancro intesa come malattia che, “probabilmente”, ti uccide.
Il CONSUMISMO è basato sulla negazione del degrado fisico e della malattia mortale. Il malato di cancro non consuma e il terminale ancora meno.



Mimi ed io invece… Noi due stranamente non eravamo proprio impreparati… Sapevamo che poteva succedere, specie dopo che avevo smesso di lavorare e che trascorrevamo in Riviera una serena pensione
Forse eravamo una coppia non banale proprio perché non eravamo consumistici.
Si parlava a volte, dicevo, come doveva essere la vita dell’uno quando l’altro fosse venuto a mancare.
In tempi non sospetti (eravamo nel 2002) Mimi, che aveva un temperamento, nei momenti di tenerezza un po’ pucciniano, (già il nomignolo Mimi viene dall’Opera di Puccini, la Bohéme e in fondo Christiane come Mimi ed io come Rodolfo potevamo andare bene…), una sera di fronte al mare mi disse: amore mio come ti voglio bene! Mi rendo conto che tu me ne vuoi altrettanto! Penso che se uno di noi morisse e l’altro lo seguisse solo 15 minuti dopo, questi quindici minuti sarebbero un’eternità per quello che rimane.
Pensate che è passato più di un’anno…



C)



Ma torniamo alla mia esperienza di marito di una donna malata di cancro, prima, e malata terminale ,dopo.
Essendo un ingegnere ho imparato ad affrontare la vita (magari sbagliando) con metodi da ingegnere. Programmi, numeri, proiezioni matematiche, teorie della probabilità ecc.
Quindi a partire dall’ultimo anno di vita di Mimi, cioè da quando seppi che questa storia aveva un finale già scritto e che restava solo da riempire gli ultimi capitoli, mi riproposi di dedicare tutto me stesso a fare in modo che Mimi non si sentisse abbandonata.



L’esperienza che ho maturato al contatto della malattia e dei malati mi ha insegnato che morire è brutto ma che morire solo ed abbandonato è terribile.



Certamente, direte, chiunque, al mio posto, avrebbe fatto così ma quello che vorrei riferire stasera è il metodo.



Decisi di non parlare mai con Mimi della FINE lasciando però che la sua mente si abituasse al concetto. Bastava uno sguardo, gli occhi negli occhi: entrambi capivamo che l’altro capiva ma si cercava di parlare d’altro o di fare una vita la più normale possibile.



Quando cominciarono i dolori lancinanti e Mimi passò dal Contramal alla Morfina nei momenti (sempre più brevi, purtroppo) in cui Mimi mi pareva soffrire poco o meno, la portavo lungo il mare o in un parco pubblico alle ore più strane in modo di non incontrare nessuno.
Mimi odiava (come tutti i malati) di essere compatita…
Avevamo entrambi sensazione che quella spiaggia o quel giardino deserto fossero la normalità del nostro mondo di vecchi innamorati che avevano una prova così dura da affrontare. Mimi si trascinava di panchina a panchina ed io la sorreggevo dandole il braccio.
Nessun lamento, nessuna lacrima…..



Finchè in quella dolorosissima quotidianità arrivammo allo IOSI.



Già, vi chiederete, come mai finimmo allo IOSI?.
Mimi iniziò li una Terapia sperimentale.



D)



Per qualche giorno la Terapia sembrò funzionare ma poi arrivò un brusco peggioramento al secondo ciclo di quella terapia e Mimi
fu ricoverata di urgenza.



Le sue condizioni peggiorarono giorno per giorno finche’ la morte arrivòì il 2 settembre 2007 al reparto cure Palliative, al secondo piano dello IOSI.
Mi resi conto che trattamento riservatole dai professionisti, medici e paramedici del reparto era eccezionale ma soprattutto professionale.
Le 9/10 ore che trascorrevo ogni giorno a quel piano delle cure palliative furono per noi due come meravigliose notti d’amore.
La portavo ogni tanto in carrozzella avanti e indietro nel corridoio del piano con il trespolo della flebo di morfina attaccato alla carrozzella. Mi accorgevo che quelle passeggiate le piacevano….
Quando eravamo soli in camera ci fissavamo negli occhi e non parlavamo….

Insomma la mia sensazione era come quella di di un tizio che amoreggia con la morte provandone stranamente una grande serenità.
Ogni giorno che passava infatti era un giorno d’amore guadagnato.



La morfina crebbe di dosaggio e inesorabilmente il fisico di Mimi cedette e dopo un’agonia iniziata durante la notte del sabato Mimi morì alle tre del pomeriggio della domenica il 2 settembre 2007.



Alle 14, 30 mi resi conto di non aver mai fatto una cosa che avrei dovuto fare prima..
Feci chiamare il prete che le diede l’olio santo in un modo stranissimo in una preghiera che sapeva di cantilena come si fa con un bambino per farlo addormentare….



Avrete capito forse che non sono molto credente nè molto cattolico, se preferite, ma QUELLA preghiera recitata da QUEL prete in QUEL modo aveva per la mia anima qualcosa di magico che mi dimostrava che qualche cosa dopo….DOVEVA PUR ESSERCI.!!!



Il prete fini alle 15,05.
Alle 15,15 Mimi moriva.



Ho finito…



Vorrei aggiungere due cose. Se possibile non banali.



1) Vorrei ringraziare dottori e infermieri delle cure palliative per aver permesso una buona ma sopratutto POSITIVA morte a mia moglie.



2) Vorrei dare un consiglio all’autore della piece che vedrete tra poco. La prossima pièce la ambienti in paradiso, in quel paradiso dove sicuramente finiscono i “terminali”.
Da parte mia avrei già trovato dei meravigliosi interpreti per gli angeli…Le infermiere dello IOSI!



Grazie e buonasera!





LUGANO, Teatro Cittadella, 11 Ottobre 2008