Giugno 64, Bar dei bagni Miramare. Ho il raffreddore e me ne sto accovacciato su di un sedia nell’ombra ascoltando un juke box che qualche anima pia fa cantare per le orecchie di tutti infilando le 100 lire.

Peppino Di Capri, Gino Paoli, Sergio Endrigo, insomma  quanto era di moda all’epoca. 

Improvvisamente, nella penombra vedo una figura che si avvicina al juke box.

Mi prende un colpo! Una figura con occhi bellissimi e enormi valorizzati da un trucco un pò pesante, mette una moneta ne juke boxe e si viene a sedere accanto a me. E’ in costume da bagno con un grande asciugamano  verde avvolto lungo i fianchi che le arriva quasi ai piedi. Alta e magra, coscialunga con un accento inesorabilmente snob Varese (Orsoline o Marcelline). Insomma il tutto per piacere ad un bulletto di provincia un pò snob e sognatore quale all’epoca io ero.

Guardare quello spettacolo fu come prendere due aspirine. Il raffreddore fu dimenticato ed il pomeriggio ero seduto accanto alla bellona su di una seggiola sdraio dei Bagni Miramare (dove all’epoca mia madre aveva preso la cabina in società con Nerina Trapani) guardando il mare  parlando del più e del mano per farmi  rendere interessante.

Quel pomeriggio (di mare calmo, cielo sereno e caldo mitigato da una leggera brezza marina) prendemmo le misure uno dell’altro ponendo inconsciamente le premesse di uno dei tanti flirt estivi che all’epoca fiorivano in riviera come le margherite nei campi in primavera.

Lei si chiamava Giulietta era figlia di un avvocato con studio ed abitazione di fronte al Palazzo di Giustizia di Varese. Diceva di essere fidanzata (con qualche sentore di crisi che traspariva dalla conversazione) e reduce da un esaurimento nervos(allora così si chiamava la depressione) che le aveva fatto smettere gli studi di liceo all’ultimo anno senza prendere la maturità.

Abitava a Levanto in un appartamento in affitto in Via Dogali (di poche pretese, ma non ci feci molto caso) vicinissimo a Piazza Garibaldi. Stava spesso lì da sola o ogni tanto con uno dei due fratelli.

L’eloquio mi appariva meraviglioso, l’accento perfetto, il modo di fare stupendo. Tutto stava congiurando per farmi perdere la testa.

Giulietta mi pareva infinitamente diversa come modo di fare e di proporsi da tutte le ragazze che fino allora avevo frequentato. Rappresentava quasi il mio ideale. Ideale ben inteso rapportato all’età di un provincialotto di 22/23 anni quali all’epoca ero.

Decisi comunque di combinare una uscita al Night Club la sera successiva appoggiandomi   al mio  mio amico Renzo Piano, ricco e bello (e in più con macchinona) che in effetti mi accompagnò. Giulietta portò con lei  una nostra comune amica, Titti detta “Balconi” visto l’enorme paio di tette che si ritrovava.

Andammo al Barracuda. Trascorremmo la solita serata vitaiola da riviera anni 60. Arrivai al guancia a guancia ballando un lento che all’epoca era un progresso giudicato non piccolo per la prima sera.

Uscimmo dal night alle 2 di notte e Renzo e Titti se ne andarono lasciandoci soli sul lungomare. Giulietta non aveva sonno anzi mi raccontava che soffriva terribilmente di insonnia,

Fatto sta che passeggiammo parlandoci uno dell’altra per almeno due ore. Il tempo passava senza che ce ne rendessimo conto. Giulietta mi confidò che il famoso fidanzamento era stato appena rotto perchè si era resa improvvisamente conto di non essere innamorata del fidanzato, altro rampollo della buona famiglia milanese.  La sua crisi derivava anche da questo ed in quel periodo stava cercando di riordinare le idee proprio qui a Levanto. Mi colpirono alcune cose (essenziali per essere lette con gli avvenimenti futuri) della lunghissima conversazione:

 

……….se io riuscissi a innamorarmi scapperei anche con un meccanico………

……….ricordati!! Tutte le donne sono puttane, io più delle altre……….

……….Varese è una città meravigliosa piena di vita e di cultura………..

La riaccompagnai a casa alle 5 di mattina. A casa quella notte mi presi un bel cicchetto da mio padre per essere tornato tardi. Mio padre cominciava a preoccuparsi  (giustamente) per la mia laurea.

Quel giugno frequentai Giulietta solamente per  qualche giorno. Due giorni dopo la sera del Pontile riuscii a portarla al  Pirata in un altra serata di tentata seduzione. Venne con un vestito di lanetta a righe e con un toupé che la rendeva ai miei occhi perfetta. Ballammo allacciati stretti stretti, indice che il feeling reciproco cresceva.

La portai con la mia 500 sotto la chiesa di Monterrotto a vedere il panorama del golfo (da lì magnifico a tutte le ore) e riuscia a baciarla. Lei mi rispose apassionatamente. Nello stesso tempo continuava a tenere le distanze dicendomi che era appena uscita da un casino(con il fidanzato) e non voleva entrare in un altro.

In cuor mio ero felicissimo del risultato raggiunto. L’attrattiva sessuale non c’era propprio tanto stavo idealizzando Giulietta.

I giorni successivi Giulietta cominciò a girarmi alla larga già alla spiaggia.

La cercai sotto casa una sera. Lei venne giù elegantissima e bellissima dicendo che aspettava un suo amico che abitava negli USA e con il quale quella sera lei con il quale doveva uscire .

Capii che si stava sganciando. Tutto sommato, visto anche il mio orgoglio, non insistetti più di tanto  e le girai alla larga.

La vedevo da lontano alla spiaggia sempre assieme a Carletto Annovazzi. Silvio era di un anno più giovane di lei. Studiava ingegneria a Varese e si comportava con lei come un cavalier servente. 

Alcuni amici mi dissero che era innamorato di lei da anni ma non c’era mai stato niente tra i due.

Carletto era di famiglia agiata e borghese di quella tipica borghesia varesina alla quale Giulietta si era sempre dimostrata sensibile. Abitava dietro casa mia all’inizio di Via Carlo Porta dove avevamo una casa che mio padre aveva affittato ad una certa Sigra. Tondi che era poi la zia di Giulietta.

Era orfano e viveva con la madre, una bella signora bruna, giunonica e di mezza età.

Carletto aveva una barca a motore e lo vedevo tutti i giorni con grande rabbia venire a prendere per un bagno al largo Giulietta, una sua amica e il figlio del pittore Gottuso che frequentavano gli stessi bagni Miramare.

Per me erano i tempi dello sport. Dopo gli echi di una mitica nuotata di Marino Speziale dai Bagni Lontani a Punta Mesco mi ero intestardito nel diventare un nuotatore fondista. Il mio fisico non era gran chè ma nuotavo molto bene, avevo volontà e rabbia in corpo e le lunghe nuotate mi davano l’impressione di scaricarmi i nervi. Un giorno fui accompagnato dai 4 ( Carletto, Gottuso, Giulietta e l’amica) fino a S. Pancrazio. Mi sorprendevo a guardarli con rabbia mentre respiravo guardando la barca durante il crawl.

Luglio ed agosto passarono e le grane con lo studio ed altre avventurette che ero riuscito a mettere in piedi mi fecero mettere da parte il pensiero di Giulietta.

Arrivò il mese di settembre. Il 7/9 feci riempendomi di gloria localmente la gara di gran fondo organizzata dalla Tigullio  da Montemarcello a Levanto. Nonostante la sera prima mi fossi quasi  ubriacato e che la barca che mi seguiva (guidata da Adriano Schiaffino) avesse sbagliato rotta arrivai 17° su 24 partecipanti tutti con il fisico da colossi rapportato al mio.

La settimana successiva mentre mi accingevo a compiere il mio solito passeggio serale delle 19, sentii una voce che mi chiamava dalla terrazza del parrucchiere Bianca. Era Giulietta che aveva deciso di passare due settimane in riviera.

Per me era un momento critico visto che a ottobre dovevo dare un qualche esame all’Università (lo stesso anche Carletto Annovazzi che se ne stava tranquillo a Varese a studiare).

Era bastata la vista di Giulietta il semplice stringergli la mano per salutarla e mi ero dimenticato improvvisamente di tutte le mie grane di famiglia e studio.

Uscimmo praticamente tutte le sere: all’epoca i grandi night erano praticamente chiusi e portavo ogni sera Giulietta nei localini della  riviera che frequentavo d’inverno con la mia compagnia. La Scaletta a Montemarcello, la Tavernetta a Borghio e il Villino Elisabeth sopra Il Bracco. Erano serate per me meravigliose: mi aprivo con Giulietta parlandole dei miei pensieri, dei miei ideali e delle speranze che avevo nel futuro.

Probabilmente a quel tempo le facevo molta tenerezza o forse già  una qualche scintilla di innamoramento le stava accendendosi dentro

Ricordo che lei mi paragonava sempre al personaggio principale del romanzo di Chesterton “Le avventure di un uomo vivo”.  

Dopo le serate ci scappava sempre una qualche limonata: io mi dichiaravo perdutamente mentre lei limonando con enfasi e professionalità diceva che non poteva, per un senso di onestà nei miei confronti, dire che era innamorata di me. Certo provava qualcosa ma non era ancora abbastanza per una dichiarazione.

In realtà Giulietta stava giocando con me. Era probabilmente una ragazza in crisi imbottita di concetti e frasi fatte derivanti da una educazione borghese e perbenistica alla ricerca della sua identità. Era stata vicina al matrimonio. Lei stessa aveva rotto il fidanzamento provocando chissà quali reazioni in famiglia. Non le piaceva stare sola e aveva fatto una scelta che comportava un cavalier servente a Varese, Carletto, e uno di riserva in Riviera, io. Per il resto si lasciava cullare dalla vita borghese che le garantiva il padre,  avvocato di Varese.

Tutto questo lo intuivo ma trovavo, ragionando freddamente  che la parte mi poteva andar bene.

In fondo ritenevo di avere in testa delle idee e degli obbiettivi più chiari di quei di Giulietta.   Sapevo che non sarei rimasto a Levanto e seppur profondamente innamorato o infatuato vedevo e sognavo il grande amore della vita con Giulietta però senza guardare lontano. L’idea del matrimonio, all’epoca, era completamente fuori del mio pensiero.

Ricordo una sera di quel settembre, in piazza Garibaldi mentre rientravamo, durante una discussione sul matrimonio mentre  lei continuava a dire che avrebbe dato tutta se stessa a colui del quale fosse stata innamorata anche se era un poveraccio io le dissi molto ingenuamente ma seriamente che  mai mi sarei sognato di sposare o farmi una famiglia con una come lei. A questa battuta non rispose anzi ammutolì e mi fece degli occhiacci terribili. Per un attimo capivo che, trattandola male, avevo fatto breccia nel suo amor proprio e che lei davvero cominciava a provare qualche cosa per me.

Finì anche quel settembre e se ne andò definitivamente l’estate. Giulietta se ne tornò a Varese. Io ripresi la solita vita di studente di provincia in un ambiente triste e sonnolento come era quello  della Levanto dell’epoca quando non erano ancora di moda i week end in Riviera dei milanesi e non si vedeva faccia diversa dai miei paesani per mesi. I contatti con Giulietta si limitavano a qualche lettera e alle telefonate che io le facevo ostinatamente ogni settimana.

L’inizio dell’estate precedente mio zio Vittorio mi aveva regalato 200.000 lit (somma discreta per l’epoca) che io avevo utilizzato, a integrazione del mio magro settimanale di 5000 lit, per pagare i miei divertimenti comprese le uscite che cominciavano ad essere abbastanza dispendiose con Giulietta.

A novembre del 64 assieme a Renzo Piano decidemmo di fare una notte brava a Varese. Io chiamai Giulietta e lui una certa Ramazzi, richissima figlia di proprietari di acciaierie.

Arrivammo con la nuova Alfa Coupè 2000 di Renzo a fine mattinata e alloggiammo all’Hotel Menini di proprietà della famiglia Piano situato vicino alla Stazione Centrale  Mi sganciai da Renzo e nel primo pomeriggio ero sotto casa di Giulietta che abitava di fronte al Palazzo di Giustizia. Gironzolammo per il centro di Varese dove io mi trovavo per la prima volta. In fondo eravamo davvero una bella copia io elegante nel mio cappotto Aquascutum che nascondeva una giacca di lana  e mocassini inglesi, lei truccata in modo da valorizzare i suoi bellissimi occhi e appesa strettamente al mio braccio. Improvvisamente mi strusciò il seno sul gomito dicendo che in quella stagione i seni le si indurivano e diventavano enormi. Io che ero innamorato ma davvero e solo platonicamente diventai rosso e scivolai sull’argomento.

Prendemmo un te al Bar “Le tre gazzelle” in Corso Vittorio Emanuele . Entrammo in un cinematografo dove le presi la mano al buio sentendomi soddisfatto e meravigliosamente bene. La sera ritrovammo Renzo e la sua amica e andammo a cena in un ristorante tipico “la Tampa”, vicino a largo Rigoni.

Dopo andammo al night club Charly Max. Ero contento: stavo con la ragazza di cui mi sentivo innamorato insieme ad una gradita compagnia. Solito guancia a guancia. Bacio in Taxi (Giulietta abitava a 300 ml dal Charlie Max  .

Rividi l’indomani pomeriggio Giulietta che si impegnò al massimo a farmi vedere il centro di Varese, specie i luoghi che lei abitudinariamente frequentava. Ricordò che mi portò con orgoglio davanti al liceo delle Orsoline dicendomi che da lì uscivano le ragazze delle migliori famiglie di Varese.

Il lunedì tornammo a Levanto. Avemmo un terribile incidente sotto la galleria dei Giovi dove fummo tamponati a 100 km/H . La macchina fu distrutta ma io e Renzo non subimmo danni fisici a parte un gran livido sulle chiappe che mi durò 15 giorni.

Fra di me facevo il bilancio del mio primo viaggio a Varese. La città non mi era piaciuta granche’ . Non ero abituato a vedere tanta gente, neppure a Genova. Il fascino della capitale morale non mi appariva ancora come fu in effetti successivamente. Giulietta era stata il Cicerone ideale. Colta, carina e gentile. Avevo vissuto intensamente il presente senza pensare al futuro!!!!!

Tornato a studi e provincia le settimane passavano. Davo un po di esami ma non troppi. Insomma mi barcamenavo.  Continuavo le mie telefonate settimanali.

A marzo 65 riuscii a organizzare un nuovo sabato e domenica a Varese, questa volta da solo e in treno.

Fu la fotocopia della volta precedente, un pò più in intimità. Io continuavo a dichiararmi ma Giulietta rimaneva sulle sue.

A Pasqua Giulietta venne a Levanto: la scarrozzai in giro tra gite nei paesi vicini e localini e cominciavo a sentirla più vicina .

A maggio mi fece una sorpresa venendo a Levanto con una sua amica senza dir nulla ai genitori. Chiesi aiuto a Silvio Sismondi e le alloggiammo in uno dei suoi appartamenti in Viale Rainusso.  Uscimmo tutti e quattro assieme a cena al ristorante Stella di Portofino e poi andammo a ballare alla Scaletta di Montemarcello. I soldi di mio zio Vittorio erano finiti e  mi feci fare un prestito da Alessandro per pagare la mia parte del conto.

L’indomani ci chiudemmo in camera da Alessandro in Viale Reina e la limonata divenne più pesate del solito. Il feeling stava crescendo ……….. Anzi mi pareva che fosse venuto il mio turno per frenare.

Giulietta tornò a giugno del 65. Ormai in qualche sera le cose diventarono serie in ogni senso. Giulietta filava partecipando pesantemente con me. Ero contentissimo. Più che contento forse orgoglioso per averla piegata.

Ottenni che Carletto Annovazzi fosse avvisato e pregato di girare alla larga. Cosa che Giulietta fece molto puntualmente.

Uscimmo molte sere con Dodo e Gabriella amica di Giulietta. Ormai Giulietta era la mia ragazza ufficiale. Lei accettava la parte docilmente. Le facevo anche qualche scena di gelosia per darle l’impressioe che la tenevo sotto controllo..

Le limonate in macchina diventavano sempre più pesanti, piccole lezioni di anatomia…..Veramente mi pareva che il nostro rapporto diventasse sempre più completo e salisse in maniera esponenziale.

Il culmine della storia avvenne una sera nel portone della casa di Giulietta in via Dogali. Giulietta mi saltò letteralmente addosso e dopo avermi baciato appassionatamente mi disse:

…….Franco , te lo devo dire : mi sono innamorata pazzamente di te….. sali su da me….

Il momento era decisamente il più opportuno per fare completamente l’amore con Giulietta ed in più sentii che lei lo voleva intensamente e non faceva nulla per nascondere I suoi desideri. Sere prima mi aveva anche detto con un soorisino che era stufa delle limonate in auto e si sentiva matura per qualcosa di più comodo.

Forse per timidezza o pensando che il momento non era ancora venuto, ritenendo di avere un sacco di tempo davanti per cogliere il “supremo frutto” stupidamente rifiutai accampando come scusa che avremmo.i potuto essere sorpresi da uno dei due fratelli.

Continuavamo a vederci tutte le sere le sere. Io cercavo di studiare di giorno ma la distrazione era al massimo.

Inconsciamente cominciava a nascere in me un pò di paura per quel legame che forse non vedevo ancora ben definito nella sua proiezione futura e cercavo di sviare il discorso quando Giulietta sempre più decisamento tornava sull’argomento del fidanzamento e del matrimonio. In effetti l’Università andava male e cominciavo a capire che per il mio futuro avrei dovuto contare unicamente sulle mie forze senza sperare in aiuti da parte dei miei. Quindi in tutta obiettività da parte mia mettersi a programmare il futuro con una borghese come Giulietta era senz’altro una pazzia.

Ancora una volta nella mia vita il caso venne in mio soccorso e mi levò l’angoscia del legame troppo impegnativo facendomi precipitare nel dolore dell’innamorarto improvvisamente respinto. Vediamo in dettaglio come andarono le cose.

Saremo stati ai primi di luglio: una sera tornando dal Villino del Bracco Giulietta andò all’attacco con più decisione e mi disse: visto che fra noi è ormai una cosa seria e ci dobbiamo sposare parlami un pò di più della tua famiglia: cosa fa tuo padre? Mi sentii gelare il sangue nelle vene : il mio bluff era finito. Dissi mentendo, impaperandomi anche un po’ prerso dal panico come ero, che mio padre aveva un’impresa di costruzioni.  Comunque mia madre aveva 8 appartamenti a Levanto (era vero) e me ne avrebbe dati due in dote (palla colossale). Cercai di fare presente che comunque dovevo laurearmi e ci sarebbero voluti almeno altri 2 o 3 anni.

Probabilmente Giulietta capì anche dal tono della mia voce e dal mio imbarazzo che mentivo. Fece finta di niente e cambiò argomento. 

Uscimmo ancora per un paio di sere ma si capiva che qualcosa nel nostro rapporto stava cambiando.

Finalmente una sera tornando sempre dal Villino Elisabeth Giulietta mi disse che le aveva telefonato Carletto Annovazzi, che le aveva fatto molta pena. Che non si sentiva di lasciarlo così solo a soffrire le sue pene d’amore e mi propose di alternare serate con me a serate con lui.

Mi prese un diavolo per capello: mi incazzai terribilmente. Gli dissi che giudicai quella proposta oscena e che  preferivo perderla piuttosto che dividerla con qualcun altro. Stette un po’ in silenzio poi, mentre la riportavo a casa proprio sotto casa sua di fronte al portone dentro il quale dieci giorni prima mi aveva dichiarato il suo grande amore mi disse che tra noi era tutto finito.

Mi sentii morire. Ed in più umiliato al massimo.

Comunque qualche cosa non andava per il suo verso logico. Come era possibile che una ragazza come Giulietta che mi era parsa sinceramente e profondamente innamorata di me 10 giorni prima avesse cambiato così radicalmente il suo sentimento.?

Mi scervellavo per arrivare alla soluzione del problema che non era poi così difficile se appena avessi avuto un pò di lucidità, quando da alcune battute di personaggi della spiaggia, in particolare dalla mia vecchia amica Franca Sassi di Pavia, cominciai a capire tutto.

Si andò ognuno per la nostra strada.

Lei cercò in qualche occasione all’ Miramare di rialacciare un rapporto formale di amicizia ma io rifiutai sdegnosamente.

Ebbi un  attimo di debolezza quando lavoravo già a Le Havre nel 68 quando una triste domenica solo in una squallida camera d’albergo le scrissi una lettera per raccontarle cosa era diventata la mia vita e l’intensa avventura francese che stavo vivendo. Stranamente lei mi rispose con una lettera dello stesso tono. Risposi. A dicembre del 68 (di passaggio a Varese per le vacanze di Natale) le telefonai dalla Stazione . Mi disse di andarla a trovare ma non ne trovai nè la voglia nè il coraggio.

Due mesi dopo, febbraio 69 di ritorno in Italia per da “détente” le ritelefonai dall’aereoporto. Mi rispose piangendo che suo padre era appena morto in un incidente stradale. Le scrissi da Le Havre una lettera di circostanza con risposta sullo stesso tono che mi annunciava che il mese successivo si sarebbe sposata con Carletto Annovazzi.

La rividi un paio di volte in varie occasioni a Levanto  una volta, quando abitavamo a S. Felice e lavoravo alla ELSE, che portava il figlio appena nato in carrozzella asseme con il marito,passegiando in Ghiaia.

Io ero con Mimi. Un po’ impappinato dissi : che bel bambino, come si chiama? Lei rispose: Luca. Ci salutammo .  Appena lontani Mimi mi disse sorridendo :” …..Coglione! Non pensavi mica che lo avrebbe chiamato Franco !!!”.

La rividi trentanni dopo, nel settembre 98, che andava verso il porto ad uno stabilimento balneare (Sirenella). Aveva una gamba fasciata e zoppicava aiutandosi con un bastone. Lei mi riconobbe e accennò ad un saluto.

Io ero con Mimi e feci finta di non vederla…….