NOTA BENE (redatta all'epoca):I testi possono tranquillamente essere letti, non credo ci sia alcun bisogno di essere recitati, e io li ho lasciati in italiano. Chi li leggerà ci metterà la giusta inflessione toscana che li addolcirà rendendoli ancora più reali. Tenete presente che se non vi servono o se non vi piacciono potete tranquillamente buttarli nel cestino: Io vi ringrazio comunque, insieme a Sofia mi sono divertito molto a scriverli e credo di avere imparato qualcosa, su un passato che sembra più lontano di quello che è! Ciao e grazie a tutti, a Doddo in particolare

MONOLOGO UNO. Voce fuori campo: UN DIRIGENTE Ribolla 3 maggio 1954, ore 6.30. In direzione.

 Hanno paragonato il mio arrivo a Ribolla a quello di un cane rabbioso in un buon canile, ma si fa presto a parlare, nessuno rammenta il deficit di centinaia e centinaia di milioni in cui è caduta la Montecatini: un passivo molto allarmante, una situazione non facile da risolvere.

Occorre fare qualcosa, speditamente e nell’interesse di tutti, altrimenti, se l’azienda non va si chiude, e questo è contro le tradizioni nobili della Società, che quando prende una miniera la porta in fondo, non l’abbandona mai.

Voi cosa ne sapete di come va fatto funzionare uno stabilimento come questo, non conoscete le cifre e le statistiche per la coltivazione di lignite picea di buona qualità, i costi e i ricavi di una gestione difficile per colpa dei salari alti, del piano Marshall e del carbone americano, ma a scanso d'equivoci dovete mettervi subito in testa che in questa buca in mezzo alla Maremma le cose vanno male, e che bisogna porvi rimedio al più presto.

Per organizzare e far funzionare il lavoro bisogna essere esperti, ragionare sui numeri, far quadrare i bilanci. Lo sapete che il rendimento delle miniere di lignite e di carbone in tutto il mondo si avvicina alla tonnellata-uomo-giorno, mentre a Ribolla non si arriva a 300 chili per minatore?

Mi spiego meglio, per chiarire che se in questa maledetta fogna verranno fatti dei cambiamenti è nell’interesse di tutti, in primo luogo dei lavoratori: su una tonnellata di lignite grava l’importo di 3.3 giornate di manodopera, una somma già superiore da sola al prezzo di vendita del minerale.

Volete essere licenziati tutti? No? Allora bisogna aumentare il rendimento e diminuire le spese, in modo da raggiungere per lo meno l’obiettivo di una minore perdita d’esercizio, visto che nessuno dei nostri minatori riesce ad estrarre mille chili di lignite al giorno.

La tecnica a franamento è usata in moltissime miniere nel mondo, ed è semplice, economica, soddisfacente.

Non capite? Il vecchio sistema da noi usato consisteva nel richiudere le gallerie già sfruttate riempiendole di terra trasportata dall’esterno, ma costava eccessivamente in forza lavoro e in legname destinato ad essere perduto. Più facile tappare le gallerie alle estremità, dopo averle messe in condizione di riempirsi con cedimenti e frane.

Voi minatori non vi sentite sicuri, dite che questo metodo facilita il formarsi di pericolose sacche di grisou? Non è una novità, vi lamentate sempre. Scioperate, congiurate, vi ribellate, fate tutto tranne che lavorare, o se vi pare meglio, andarvene a casa. Avete attivato i sindacati, chiamato la stampa, come se la nostra azienda dovesse in qualche modo giustificarsi del fatto di garantire un lavoro a tutti voi, nonostante le cose vadano male.

Avete la vostra Casa del Popolo, il "Circolo" frequentato, per la maggior parte, dai minatori rossi, quasi tutti comunisti, socialisti e qualche repubblicano, per la maggior parte iscritti alla CGIL. Tutti contro la Società Montecatini, pronti a scioperare se il Sindacato Minatori  lo chiede. Non vi si vede mai al Dopolavoro, il ritrovo di chi si sente dalla parte della Montecatini: impiegati, i minatori democristiani, qualche socialista e tutti coloro che cercano un impiego. 

Parlate perché avete paura, più che della miniera, del licenziamento, visto che il nuovo sistema porta come prima conseguenza una sensibile riduzione del personale.

Siete diventati tutti tecnici, non fate altro che protestare: “La ventilazione è insufficiente, la temperatura delle gallerie è esageratamente alta, si sviluppano troppi incendi, l’aria è piena di pulviscolo e nei tubi che la portano in basso diventa secca e irrespirabile”. Chiamate esperti, indite riunioni, avete scritto persino al Presidente della Repubblica.

Ma sono solo chiacchiere: giorni fa ho fatto venire un giornalista del Mattino, e anche se l’avete pure preso a pedate, finalmente ha raccontato all’Italia la verità.

Vi sveglio io stamattina, è lunedì e la festa è finita, e allora tutti sotto a levare lignite. Vi siete riposati abbastanza, pelandroni? Oggi farete le solite storie, che non volete scendere perché è troppo pericoloso, perché ci sono gli incendi, perché è pieno d’acqua?

Pur di non lavorare qualunque pretesto è buono, come se i fuochi non ci fossero sempre in un banco di lignite.

Vi mando subito in gita in basso per festeggiare il primo maggio, con la lampada e la copia fresca fresca del Mattino. Il titolo parla chiaro, “Nella miniera di Ribolla manca solo la televisione”. Chissà, forse alla fine ci chiederete anche quella.

MONOLOGO DUE. Voce fuori campo: UN SORVEGLIANTE Ribolla 4 maggio 1954 ore 6.50. Su.

 Vado in gita ogni giorno da trentasei anni, non ho mai smesso di mettermi l’elmetto e di prendere quel polveroso ascensore che mi porta giù, nel cuore della terra che amo e che devo ferire ogni giorno.

All’inizio ero un boccaiolo, poi nel tempo sono diventato minatore, armatore e disarmatore, lavorando in tutti i settori dei lavori elencati fino a passare alla sorveglianza. Ma oggi per me è un giorno difficile, dopo tanto tempo scenderò di nuovo giù coi miei compagni, mi sono dimesso da sorvegliante e torno a fare il minatore. Come tanti altri, come il Gentili, il Turchi, Armelindo di Tatti, Oleno di Montemassi.

Non è più un lavoro, qui è diventata una guerra, e chi resta all’ordine della direzione e opera in virtù dei comandi ricevuti è un aguzzino.

Una lotta dura, cattiva e senza tregua, che ha trasformato Ribolla in una cittadella assediata: le camionette della polizia stazionano in mezzo alle case, le donne si fanno sull'uscio a guardarle, a parlare con gli agenti, a canzonarli, a stuzzicarli, a cercare di convincerli che abbiamo ragione noi. Non c'è differenza fra il villaggio e la miniera.

La Montecatini però non ci ascolta, va avanti con la politica del carciofo, poche foglie alla volta per poi buttare al macero anche il torso. Vogliono chiudere, ma non hanno il coraggio di dircelo, e fanno di tutto per stancarci e costringerci ad abbandonare il nostro lavoro.

Le provano tutte, prima la direzione ha licenziato gli invalidi, poi le rappresaglie politiche, con l’allontanamento dei sindacalisti più impegnati, con i pestaggi e gli arresti, infine i premi consensuali di 60.000 lire a chi lascia il suo posto. Poi hanno attaccato le nostre case, la ditta le ha dichiarate inabitabili, dice che sono pericolanti, che dobbiamo andarcene, ma dove? I cedimenti del terreno di Ribolla provocano vibrazioni e conseguenti paurose crepature nei muri, i tecnici sono venuti e le hanno incatenate, con un cavo teso intorno alle quattro pareti per non farle crollare.

Da quando a Ribolla è arrivato il nuovo direttore e con lui le innovazioni per risparmiare di più e licenziare in fretta, ogni volta che scendo in gita mi sembra di andare dritto all’inferno. In qualità di sorvegliante a fine turno ho l’ordine di aver scritto almeno un biglietto di punizione a uno dei sorvegliati. Mi hanno dato anche una cassetta che pesa almeno otto chili con dentro tutte le chiavi meccaniche utili in questa miniera. Sono tra i pochi che l’ha in dotazione e la porto sempre con me. Sono l’unico che può aprire l’acqua dopo che è stata brillata una mina, non solo nella mia compagnia ma in tutto il cantiere. Ma non me lo fanno fare: i tempi sono troppo lunghi e un biglietto di scarso rendimento nessuno se lo può permettere. Preferiscono lavorare nella polvere e nel gas.

L’ho detto a mia moglie, meglio tornar giù con gli altri.

Sono stato partigiano, e se la guerra è l’ultima pazzia, la miniera è senza dubbio l’ultimo pane. E io il pane voglio guadagnarlo onestamente…

MONOLOGO TRE. Voce fuori campo: UN MINATORE Ribolla 4 maggio 1954 ore 8.40. Giù.

 Trentamila lire al mese per sputare sangue e sudore, per scendere con un maialino d’india nella sua gabbietta a quattrocento metri di profondità, in mezzo al fango e al fuoco. La chiamano nuova tecnologia, quella specie di topo che ci può avvertire se si sta formando del gas, ma se muore e noi scappiamo via ce lo mettono in conto.

Per quelli come me abituati a lavorare nelle rocce dure, consistenti, percorrere le gallerie di Ribolla è come camminare in un magazzino di riso: terre fini e friabili, marne, il terreno che viene giù da su. So che succederà qualcosa, ma presto avrò un figlio, e devo dargli da mangiare. Non importa se questa terra ci ruba gli uomini ogni dieci anni: nel 1925 per uno scoppio di grisou, nel 1935 per un’inondazione nelle gallerie, nel 1945 per una nuova esplosione di gas. Non serve la cabala, basta scendere quaggiù per capire che la tragedia è imminente e che non si dovrà aspettare il 1955. Eppure sono qui, con la squadra 14, col Belisari, che vorrebbe solo mangiare, con Beppe, che pensa a una donna sposata e che dice battutacce su Fanfani, e con Mario, che è il più esperto di tutti. Siamo arrivati giù alle 7,20 e dopo le 7,30 siamo già cambiati, ma nel preciso istante in cui mi appresto a vibrare i primi colpi di piccone per eliminare una frana, sento un colpo terribile. “Buona notte” penso, credendo che il boato arrivi dal pozzo dieci, quello che dà l’aria a tutta la miniera.

“Viene dalla galleria 31- mi rassicura Mario - quella della Camorra”.

“Bisogna star calmi e uscire di qui”, poi più niente, solo un fragore intenso e prolungato, quindi una spolverata che produce allo stesso tempo un risucchio e un immenso vortice. Tutto intorno sento franare la terra, come una cascata. Da tutte le parti la miniera scricchiola e dopo il primo scoppio sento schianti e rimbombi.

Seguo Mario, lui conosce la miniera meglio delle sue tasche e sta correndo affannato verso il pozzo numero 19, unica via di fuga e di salvezza. Bisogna scendere senza paura, passare una serie di gallerie intermedie e poi tornare su, ma ad un tratto ci sentiamo soffocare, il polverone, il fumo e il caldo c'impediscono di andare avanti. Raggiungiamo il numero 15, ma ci fermiamo al 18 perché il fumo è sempre più denso. Mario si mette la mascherina antipolvere e mi fa cenno di andare avanti.

“Venite, qui c’è l’aria buona”, il primo della fila, forse Aldo, è già arrivato al pozzo numero 10. I vagoni sono stati estirpati dai binari dallo spostamento d’aria, e buttato a terra c’è un uomo. Mi curvo, lo afferro per la testa sperando che sia ancora vivo. Lo riconosco e sento il suo cranio tra le mie mani, tenero come un bambino appena nato. Non ha più vita, mi metto a piangere e non ho più il coraggio di toccarlo. Dai cunicoli arrivano altri minatori, bisogna tornare indietro perché la croce tra il 12 e il 13 è ostruita da una frana. Nel pozzo 10 non ci sono le gabbie, non si può salire, bisogna accodarsi tutti nel buio verso il pozzo Raffo che ci guida alla luce del sole.

Ci contiamo, siamo 15, siamo uomini, siamo vivi. Ci abbracciamo piangendo senza renderci conto che davanti a noi si è raccolto tutto il paese. La terra ha bussato sotto i loro piedi e li ha chiamati a raccolta.


MONOLOGO NUMERO QUATTRO. Voce fuori campo: UNA DONNA Ribolla 4 maggio 1954, ore 10,20. Su.

 Silvano, ti ho giurato che non avrei pianto, ma se uscirai da quella maledetta galleria sono sicura che saprai perdonarmi, anche perché forse lì sotto stai piangendo anche tu.

Me lo avevi detto, “Non voglio più scendere, se torno laggiù non esco con i miei piedi”, e io che non volevo starti a sentire, che non riuscivo a prenderti sul serio e a darti retta. Oggi mi sono svegliata, ma forse è troppo tardi. Mentre accompagnavo nostra figlia a scuola il mondo ha tremato con un tonfo sordo, dicendomi solo che eri morto.

“Sarà una mina che hanno brillato alla Bartolina”, ho pensato, fingendo dentro di me di credere a questa assurdità, ma dopo poco è passato un giovane in bicicletta che urlava “correte, è scoppiato il gas alla Camorra”. “Mio marito è alla Camorra ed è morto” gli ho risposto meccanicamente, continuando a camminare. Me lo diceva sempre che c’era pericolo, che il lavoro era diventato impossibile. Se solo lo avessero ascoltato, perché non l’hanno ascoltato? Sono andata insieme alla mia gente verso la miniera, piangendo, urlando, forse correndo. La figlia del Calabrese grida e canta le lodi del padre, una cantilena senza tregua, angosciata, terrificante, che si leva sul pianto sommesso delle altre donne. Siamo tutti immobili davanti all'elevatrice del pozzo Camorra, circondati dal fumo che esce sbuffando da pozzi e cunicoli e dai minatori che corrono verso le gallerie per aiutare i compagni che sono rimasti sotto. La sorella del Luschi vorrebbe entrare con loro, e il Maresciallo fa fatica a trattenerla.

“Prima mio padre, poi due cugini, ora mio fratello. Non ho un uomo in famiglia che ha raggiunto i quarant'anni” e spera di raggiungerlo, di poterlo sottrarre al fuoco e alla terra con la sua disperazione. Passano i minuti, arrivano i primi sopravvissuti. Raccapriccianti figure d'uomini, il volto coperto da una maschera di polvere e gli occhi pieni di terrore. Cerchiamo di forzare la consegna dei Carabinieri e dei Custodi disposti a rinforzo dei cancelli per chiedere notizie a chi esce. Passano i minuti, arrivano i primi morti, portati a braccia dai compagni all’interno di sacchi. Le salme recuperate vengono portate in un vecchio garage trasformato in fretta in obitorio, e comincia la cerimonia pietosa del riconoscimento.

Poi i corpi carbonizzati e mutilati dei minatori vengono posti in pesanti bare di zinco, e portati all’interno del cinema. I minatori hanno dato un giornata ciascuno per costruirlo, ma non avrebbero mai pensato di vederlo trasformato in camera ardente.

Stasera non suona la "Riorita" l'orchestra finanziata e organizzata dalla Montecatini, un nome volutamente latino-americano per ricordare la festa, il divertimento.

E non ci sono personaggi celebri come Taioli, Teddy Reno, Tagliavini; al cinema sono esaurite la galleria e la platea, ma oggi non si paga.

Nessuno ci dice niente, Silvano non esce e io so che non tornerà mai più. Dio mio, se potessi avere qui anche la sua ombra! Se potessi solo vederlo, mutilato stroppiato magari, ma vederlo ancora una volta. “Anche se lo troveranno sfracellato, voglio vederlo!”, strillo ma non mi ascolta nessuno. La lista dei minatori che sono scesi a Camorra in bocca alla morte, è in tasca del caposquadra Ferioli, che è giù con gli altri. Non ce lo vogliono dire quanti sono i morti, la compagnia ha sicuramente la copia di quella lista, ma sa che stavolta sono tanti, troppi.

“E’ stata una sigaretta”, la voce si sparge portata da chi sa ciò che deve dire, ma non ci crede nessuno. Silvano per la paura non fuma più neanche a casa, figuriamoci lì sotto. Arriva un altro cadavere, è il Pallini, un compagno di squadra di Silvano e io non ho più speranze.

Dalla folla si leva una voce di donna “Perché non lo ammanettate?”.

Già, perché non lo portano via in manette come un anno fa, quando con altri quarantaquattro compagni si è calato nel pozzo Camorra e c'è rimasto tre giorni, per protestare contro i licenziamenti? E’ venuta a prenderli la polizia, e per volere della Montecatini li hanno fatti uscire in catene come i mascalzoni. Non avevano fatto niente, ma gli hanno dato violazione di domicilio e li hanno portati in prigione. “Meglio lì che al cinema”… penso mentre disperata torno dalle figlie senza il mio Silvano.

Il Signore non ha esaudito il mio desiderio e non posso portarlo a casa. Una casetta tutta nuova, ad un solo piano, ancora odorosa di calce. Silvano fa il cottimo e se la può permettere: è giovane, forte e oltre al normale lavoro, chiamato "norma", ha deciso di aumentare i turni, di diventare un cottimista. Chi entra in questo campo d'applicazione, riceve in premio una sostanziosa aggiunta di salario. 

Dicono che in miniera chi ha dalla sua la prestanza fisica guadagna di più a scapito dei deboli che non raggiungono mai i minimi di lavoro e che vengono, di volta in volta, elevati sulla base della produttività dei migliori cottimisti. 

Ma a Silvano non importa, ogni cosa sembra uscita dal negozio, i mobili, le stoviglie, la bicicletta all’ingresso. Gli importa di più che tutto questo ben di Dio lui non se l’è potuto godere. Ha piantato con le sue mani ogni chiodo e pagato con il sudore ogni mattone. Adesso è sepolto nel pozzo Camorra, mentre io piango sul divano buono.

MONOLOGO NUMERO CINQUE.Voce fuori campo: UNA BAMBINA Ribolla 4 maggio 2004, ore 10,20. Su.

 Vi confesso che non so molto di "quel giorno", del disastro che è avvenuto cinquant’anni fa, anzi, che non ne so quasi niente. Quando mi dicono che a Ribolla c’era una miniera che scendeva nella terra per quasi trenta chilometri mi viene da sorridere.

Quello dei minatori che hanno abitato prima di me a Ribolla era un lavoro da schiavi, si diceva una volta, ma oggi non ne parla più nessuno.

Mi raccontano che la lignite veniva scavata dalle profondità della terra, raccolta all'avanzamento, che era l'imbocco della galleria, e caricata su vagoncini spinti a mano, oppure trainati da asini o muli fino al piede del pozzo e da qui portata all'aperto con l'argano.

Il carbone era posto su un nastro trasportatore, che lo trasportava fino alla Cernita, un immenso capannone sopraelevato dove si sceglieva il carbone, separandolo dai sassi e dai detriti, pronto per le sue definitive destinazioni, le fonderie di Piombino o i grandi cantieri del nord.

Lungo il nastro della Cernita, che sembrava un enorme intestino nella pancia della collina, lavoravano ogni giorno una ventina di donne, poste con ordine ai due lati, attente a scartare tutto ciò che carbone non era.

Si raccontano di storie di biglietti d'amore inviati, nascosti fra il carbone, dal basso verso l'alto, da qualche giovane minatore alla sua bella al nastro.

I più poveri invece che all'amore pensavano al "troppolo", un pezzo di legno segato su misura, una manna dal cielo per la stufa domestica, che i minatori mischiavano furtivamente al carbone e spedivano su verso la Cernita. Non importava chi lo raccogliesse, le donne facevano a gara per accaparrarsene il più possibile, perché la legna per riscaldarsi e cucinare scarseggiava ed era costosissima, quasi impossibile da comprare per le tasche di un minatore ed il carbone della miniera non era combustibile per gli usi di casa.

Di quei giorni, di quei nomi, di quella gente non è rimasto più niente, hanno tappato i cunicoli e chiuso le gallerie, seppellito i morti e ignorato i vivi.

Molti se ne sono andati a faticare in altre miniere sparse per l’Europa, a qualcuno ha cercato rifugio nei numerosi cantieri per la costruzione dei trafori alpini, ma i più sono restati qui e sono sopravvissuti.

La Montecatini, che aveva creato un paese dal nulla e n'era padrona assoluta, da Ribolla ha levato le tende da anni, ma non è mancata a nessuno.

Dicono fosse la "grande mamma" che tutto dava e che tutto ti poteva togliere, che nutriva pagando gli operai e facendoli usufruire dello spaccio ma che in cambio voleva tutto, la "dedizione" assoluta, il rispetto che non ricambiava mai.

Ci voleva molto poco per cadere nelle sue ire, e allora scattavano inflessibili le punizioni; bastava manifestare la volontà di non voler più suonare nell'orchestra per vedersi interrompere l'erogazione dell'acqua nella propria dimora, bastava una banale scusa per essere licenziati o privati di una bella fetta dello scarno stipendio.

La Società che ha sempre voluto una netta distinzione fra operai ed impiegati, fra persone che potevano pensare e altre che invece potevano solo ubbidire. C'erano strutture, come il campo da tennis, nelle quali gli operai non potevano entrare perché erano strettamente riservate al direttore e agli impiegati.

Ma si doveva andare avanti accettando quello che si poteva ottenere, e anche quello che poteva capitare; il posto di lavoro alla Montecatini era un sogno per molte persone, un modo per cercare di "sistemarsi" e magari per farsi raggiungere dalla famiglia rimasta chissà dove ad aspettare il futuro. Di fronte a questo, di fronte alla fame ed alla necessità di sopravvivere era possibile accettare tutto...

Ma questo per fortuna oggi non c'è più. I dirigenti, gli ingegneri, i giornalisti, gli avvocati, i giudici, gli esperti e i politici si sono dimenticati di Ribolla. Dopo il disastro e un funerale muto e ghiacciato a cui hanno partecipato più di cinquantamila persone, se ne sono andati e ci hanno lasciati soli. Non si sono preoccupati più di tanto, hanno celebrato un breve e frettoloso processo a Verona con venti udienze, nemmeno mezza per ciascun minatore ucciso, e alla fine hanno assolto tutti e sei gli imputati di disastro minerario e omicidio colposo plurimo con formula piena, per non avere commesso il fatto, valutando ogni nostro morto poco più di trecentomila lire.

E Ribolla pian piano si è dimenticata di tutti loro, andando avanti per la sua strada senza bisogno d'aiuto e di compassione, cancellando dai muri le scritte che chiedevano giustizia e curando il dolore senz'odio, smaltendo la rabbia e la tristezza con l’aiuto del tempo, con il bisogno di un lavoro da trovare, di case da costruire, di sogni da aggiornare e da tenere vivi nonostante i suoi 43 morti.

Minatori che non avevano scelto di abitare in quella piana un po’scoscesa dove il tracciato urbano non esiste affatto, stretti in case basse e scure, separate da sterrati nudi, in pendenza irregolare, qualche sporadico eucaliptus che sparge intorno un'ombra effimera: se ne piantarono molti un tempo, in Maremma, con la convinzione che servissero a prosciugare il terreno e a combattere le zanzare. Loro hanno amato Ribolla prima di me, l’hanno aiutata a esistere e a crescere, che l’hanno costruita mattone su mattone per regalarla noi, sperando con tutto il cuore che non fossimo costretti a fare oggi ciò che facevano loro, salire sopra l’elevatore e scendere dritti fino al centro della terra.

L'Amleto, rinvenuto in piedi, appoggiato al terrapieno di lignite, in un mano un paio di pinzette, nell'altra un rotolo di nastro isolante, Ferruccio, che era andato a festeggiare il primo maggio a Viareggio e che aveva appena ottenuto una medaglia per i quaranta anni di appartenenza alla Società, Primo, Alfredo, Ildo, che doveva sposarsi e partire per le Americhe, Marcello, che era appena tornato dalle ferie, Enzo, Dino, Rolando, che è morto a soli diciassette anni. Dopo più di due mesi riuscirono a tirarli tutti fuori, ma oggi non ci sono più, sono rimasti abbracciati per sempre a quella terra che hanno combattuto e spalato. Quelli del pozzo trentuno, spazzati via da uno scoppio di gas per trentamila lire al mese. 

Non so quasi niente, e quando mi dicono che qui sotto è nascosto un pezzo grande del nostro paese, gallerie che si estendono, intrecciandosi tra di loro, per una lunghezza di oltre 30 chilometri, formando una città sotterranea con strade, incroci, magazzini, che ha dato lavoro, sofferenza, vita e morte a chi è venuto prima di me, quasi non ci credo. Ma vi giuro che è vero.