Tutti i cittadini, in primo luogo coloro che hanno votato in favore dell'attuale presidente del consiglio, devono oggi interrogarsi se stabilità e democrazia stiano per caso diventando in Italia due condizioni antitetiche fra loro. Perché le parole di Berlusconi a commento della futura decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, che lo riguarda da vicino, dovrebbero allarmare tutti. La minaccia nemmeno velata di intervenire con "una profonda riflessione sulla giustizia" nel caso in cui il lodo fosse dichiarato anticostituzionale lascia intendere che tipo di paese e, soprattutto, che tipo di governo ha in mente Berlusconi: non è certo quello di una democrazia rappresentativa.

Abbiamo sperimentato come, negli ultimi quindici, venti anni, il desiderio di giungere finalmente, dopo il ciclone di tangentopoli, ad un governo stabile abbia spinto e convinto i cittadini a cedere progressivamente una quota della loro sovranità, sacrificata sull'altare di una maggiore efficienza governativa. Il referendum sul maggioritario, un sistema pur incompleto ( per il residuo 25 % restato proporzionale) e incompiuto ( il turno secco costringeva ad alleanze eterogenee) aveva appunto questo fine, semplificare il confronto politico avviando un bipolarismo reale che desse fine all' egemonia di un partito - la DC - polverizzato da tangentopoli.

Ma Berlusconi seppe per primo cogliere le opportunità che il nuovo sistema offriva, creando con Forza Italia il primo partito unico della destra e raccogliendo in esso le ceneri di DC e PSI. Poi con il polo delle libertà caricò sul suo carro anche gli ex fascisti di una AN appena nata e i leghisti di Bossi e si prese di slancio il governo del paese. Fu lui, come è ancora adesso, a decidere su tutto e su tutti, grazie all'enorme potere finanziario e mediatico che già deteneva, e riuscì a sconfiggere il cartello dei progressisti e la "macchina da guerra" che Achille Occhetto aveva allestito con il suo PDS, nato con la svolta della Bolognina dalle ceneri del PCI.

Il potere di persuasione di Berlusconi fu tale nei confronti di un elettorato confuso e disorientato da tangentopoli da riuscire a presentare una accozzaglia di inquisiti come la novità della politica italiana. Anzi dell'antipolitica, perché fu proprio così che si presentò Berlusconi. E la sua continua spinta verso la semplificazione, quel suo voler eliminare da uno stato troppo pesante e autoritario "lacci e lacciuoli" a vantaggio della libertà di impresa, divenne un "must" affascinante perfino nel centrosinistra, ancora troppo eterogeneo e limitato da lotte e correnti interne.

Sappiamo oggi, dove voleva andare a pare Berlusconi. Un premier sempre più potente, un parlamento ridotto a votificio, un governo creato a tavolino, a immagine e somiglianza del premier stesso. E gli elettori progressivamente ridotti al rango di sudditi, che devono soltanto ratificare con un voto sempre più pilotato l'operato dell'esecutivo. La chiamiamo ancora democrazia, ma non lo è più da un pezzo, e non solo per la legge Calderoli.

E' vero, va fatta una profonda riflessione, come dice Berlusconi. Ma non su una giustizia che lo renda ancora più diverso e comunque superiore agli altri cittadini, bensì su come questo paese stia sacrificando ormai troppo della sua democrazia sull'altare di una stabilità che ha di fatto partorito il mostro, la riedizione di un regime fascista e sopraffattore, che fa dell'impunità dei suoi membri lo strumento preferenziale per risolvere qualsiasi cosa, dal confronto con l'opposizione fino ai problemi giudiziari del premier e di qualche ministro.

Mi chiedo, e chiedo agli elettori del premier, se siano stati del tutto consapevoli che, scegliendo Berlusconi come premier più affidabile di Prodi, avrebbero dovuto alla fine trasformarsi in tanti novelli balilla.
Mi chiedo, e lo chiedo agli elettori del PD, della Sinistra e degli altri partiti dell'opposizione democratica, se non sia giunto il momento di considerare l'opportunità di unificare forze e strategie per contrastare il pericolo incombente di una deriva autoritaria che potrebbe mangiarsi del tutto questa nostra fragile democrazia. Potremo anche non chiamarli comitati di liberazione nazionale, ma a questo punto è ineludibile per tutti fare fronte comune.