Il Manifesto di Verona stabilì all'articolo 7: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica».

Eccone un commento:

« Affermazione gravissima ed aberrante moralmente e storicamente, ma che - a ben vedere - non aggiungeva nulla di nuovo alla posizione che, come abbiamo dimostrato, Mussolini e Buffarini-Guidi erano andati prendendo negli anni precedenti (...). L'intenzione di Mussolini e dei "moderati" era senza dubbio di concentrare sino alla fine della guerra tutti gli ebrei (...) e di rinviare la soluzione a guerra finita (...). L'assurdità della soluzione adottata è evidente: per qualsiasi persona di buon senso non poteva infatti esservi dubbio che (...) concentrare gli ebrei volesse in pratica dire permettere ai nazisti di impadronirsene quando volevano e, quindi, di sterminarli. (...) Anche in questo aspetto particolare si rileva dunque la insostenibilità della RSI o meglio di coloro che dandole vita e aderendovi ritennero non solo di salvare l' "onore" italiano, ma di poter così operare per la tutela di alcuni interessi italiani (...). Ciò che in questo senso essi poterono ottenere non giustifica certo, anche nei più onesti, l'essersi messi in pratica al servizio dei nazisti e l'aver in tal modo avallato il loro regime di terrore »
(Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, pp.446-447)

L'instaurazione della Repubblica Sociale Italiana sotto diretta tutela della Germania fu l'inizio della caccia all'ebreo anche in territorio italiano, cui contribuirono attivamente gli apparati della Repubblica Sociale. Secondo Liliana Picciotto Fargion, risulta che del totale degli ebrei italiani deportati, il 35,49% venne catturato da funzionari o militari italiani della Repubblica Sociale Italiana, il 4,44% da tedeschi ed italiani insieme e il 35,49% solo da tedeschi (il dato è ignoto per il 32,99% degli arrestati)[8].

Fra le retate completamente organizzate ed eseguite da italiani della RSI assume particolare rilievo il rastrellamento di Venezia del 5-6 dicembre 1943: 150 ebrei furono arrestati in una sola notte. La stessa triste vicenda del rastrellamento e della deportazione degli ebrei romani (effettuata dai tedeschi sotto il comando di Herbert Kappler) vide l'attiva collaborazione delle autorità della Repubblica Sociale Italiana, in primis nella persona del capo dell'Ufficio Razza presso la Questura di Roma, Gennaro Cappa.

Fu il il segretario di stato Giovanni Preziosi ad insistere perché venisse approvata una legge della R.S.I. contro gli ebrei. Preziosi era convinto che ovunque massoni e antifascisti complottassero contro il regime; nei primi anni del fascismo viene fatto allontanare per le sue tendenze "deliranti", ma piace molto ad Alfred Rosenberg, teorico del nazismo. Così Mussolini, per volontà dei tedeschi, gli conferisce una carica all'interno della Repubblica (aprile 1944)): l'Ispettorato della Razza. Ma Alessandro Pavolini propone una legge di assai difficile applicazione: "sono da considerarsi perseguibili tutti coloro che non riescano a dimostrare, mediante specifici documenti, di avere una discendenza ariana pura a partire dal 1800". L'evidente difficoltà di documentare in questo modo la propria discendenza avrebbe creato seri problemi agli stessi membri del governo, oltre che a tutte quelle persone che non possedevano documenti sufficienti; tuttavia Mussolini la approva, seppur modificandola in qualche suo punto. Il ministro dell'Interno Guido Buffarini-Guidi decide allora di avvisare preventivamente gli ebrei italiani pubblicando la legge su un giornale due giorni prima della sua approvazione e messa in pratica. Decide, poi, di far costruire campi di concentramento in Italia, tra i quali quelli presso la Risiera di San Sabba (Trieste), Fossoli e Novara.

Non di meno, il sistema concentrazionario italiano si dimostrò tragicamente efficiente. Quasi trecento ebrei trovano la morte tra le mura dei Lager costruiti sulla penisola, e a quasi tutte le famiglie dei deportati furono confiscati i beni