Ai miei tempi non c'erano i blog.
di Pigi Mazzoli
pigi.mazzoli@libero.it
(pubblicato in "Pride", luglio 2010)

In questi ultimi giorni ho dedicato un po' di tempo alla lettura di blog di medicina, di scienza, di cucina e argomenti gay-correlati. I più rilassanti sono quelli in cui si parla di cibo, dove è tutto un collaborare, fornire ricette, svelare trucchi di cottura, urla di meraviglia davanti alle fotografie delle preparazioni, dei "buonissssimo" come se uscisse il profumo dallo schermo. Un mondo d'amore.
I più irritanti invece quelli di scienza, soprattutto se il tema trattato è controverso, come l'omeopatia o le teorie complottiste di Duesberg. L'HIV è ancora un tema interessante, se schiere di troll e fuffari cercano di intervenire con argomenti al limite del dadaismo, con punte di ingenua omofobia che fa scrivere loro (lascio gli errori) "Non manco di rispetto nei confronti di nessun malato , ma sarebbe bello anche conoscere la reale cronostoria di ogni singolo malato di AIDS... si scoprirebbero molte cose che probabilmente li accomunerebbe...vale a dire un certo stile di vita congenito o acquisito ...e non certo il rapporto sessuale non protetto, se fatto in maniera tradizionale", dove in quel "se fatto in maniera tradizionale" si deve tradurre in "l'HIV non esiste, ma gli omosessuali si ammalano di AIDS perché il loro stile di vita non è tradizionale, gli eterosessuali invece ne sono immuni". Nessuna sorpresa, sappiamo che di AIDS se ne parla ormai poco e, per questa ignoranza, non accenna a diminuire la sua marcia.
Dato che l'articolo sulle teorie complottiste sull'HIV è molto interessante, ecco l'indirizzo: medbunker.blogspot.com/2009/06/hiv-un-mistero-che-non-esiste.html

L'altra pagina che frequento da tempo non è un blog ma un gruppo, di sieropositivi, cioè un sito dove tutti gli iscritti scrivono e rispondono, in privato o al gruppo, di solito di argomenti correlati all'HIV. Ho notato che una dopo l'altra le lettere chiedevano se fare o meno una sperimentazione di un farmaco o del vaccino, riportando in calce i valori dei loro propri esami. A me sembrava un po' riduttivo, ed anche senza senso, chiedere se un farmaco sperimentale avrebbe fatto loro bene o male, primo perché essendo sperimentale viene chiesto di provarlo proprio per saperne gli effetti, secondo perché anche con farmaci più noti, l'effetto individuale è spesso una sorpresa.
Ad un certo punto, sinceramente pensando di tagliare la testa al toro, ho fatto osservare che principalmente si partecipa alle sperimentazioni per favorire il progresso, poi per la speranza che proprio su di noi funzioni. E che ci vuole anche un po' di coraggio e sconsideratezza. Quindi, se uno non aveva problemi pratici, che fosse generoso e lo facesse. Uno degli iscritti m'ha risposto che no, tutti lo facciamo per curarci e non per altruismo e che quindi era lecito che domandasse consigli per sé. Io ho risposto che è da tempo che non partecipo a sperimentazioni, ma che tanti anni fa ne feci alcune, e che a quei tempi tutti noi che eravamo lì come cavie (giornate passate in ospedale a chiacchierare fra di noi) l'avevamo fatto perché ci era stato chiesto, che avremmo evitato volentieri il rischio e la scocciatura, se non fosse stato necessario. Ma era stato chiesto a noi, proprio a noi, volta per volta, perché i nostri valori nel sangue e la nostra storia clinica corrispondevano ai profili richiesti per i gruppi da studiare. Noi avevamo i nostri amici, alcuni già morti, altri moribondi, chi con le chiazze in faccia e chi bloccato demente in un letto. Noi eravamo felici di dare una mano a scoprire una cura, e nutrivamo gratitudine verso chi ci curava, verso chi metteva i soldi per la sperimentazione. Sapevamo che non ne sarebbe scaturita una cura per noi, o per chi intorno a noi era alla fine, ma per quelli che sarebbero venuti dopo sì. Forse non siamo nati così, forse essere etichettati come colpevoli appestati ci ha reso orgogliosi. Un mio compagno di università, quando seppe che ero gay, smise di darmi la mano, non osava toccarmi. Gli infermieri del reparto infettivi invece ti abbracciavano quando vedevano che avevi un picco di sconforto, quando capivano che ne avevi bisogno (all'epoca gli infermieri si dovevano offrire volontari per andare nei reparti AIDS). Noi, che eravamo sieropositivi, l'abbiamo detto a tutti gli amici. Noi siamo andati tutti insieme a fare il test, perché in quel momento era l'unica cosa che aiutasse a fermare l'epidemia.
Con questi trascorsi, come avrei potuto capire un ragazzo che magari si è infettato perché non ha fatto sesso sicuro per leggerezza o perché ha sottostimato la presenza del virus in circolazione. Un ragazzo che avrà evitato come la peste di far sapere in giro il suo stato, l'avrà detto solo all'amico più fidato ma probabilmente non ancora all'attuale fidanzato. Come potrei capire uno che non sente il piacere di poter essere utile agli altri, a chi verrà dopo, che forse non immagina che ci sono stati altri prima e altri verranno dopo come lui, con i suoi stessi sentimenti, con lo stesso desiderio.
Soprattutto, come può capirmi, come posso fargli sentire quel misto di paura di morire, di rabbia, di speranza, di solidarietà che animava tutti noi?
Certamente è meglio ora, scopri di essere sieropositivo, continui la tua vita, sai che avrai probabilmente molti anni davanti, sai che devi prendere pillole, fare esami, puoi decidere se dirlo o non dirlo. Ma se lo dicessi… magari la gente si renderebbe conto che il virus è ancora presente, che non è scomparso chissà dove. Se quando uno va in sauna, anziché supporre che siano tutti sani, sapesse, vedesse che cinque, dieci, quindici sono positivi, magari chiederebbe a loro più informazioni su come proteggersi, non vedrebbe il preservativo come un inutile scomodo ammennicolo porta iella, ma come la preziosa interfaccia salvifica fra due corpi che si attraggono.
Sì, meglio ora, pazienza se si farà fatica a trovare chi sperimenti. Sono ugualmente contento che chi si infetta ora possa prendere solo un pillola al giorno, però forse sarebbe giusto che sapesse che lo deve anche a chi, anni fa, ha cagato sangue per mesi, caparbiamente, pur di non interrompere la sperimentazione.
Noi sopravvissuti ante cure, sentiamo di aver vissuto una esaltante tragica epopea che ci ha cambiati. Auguro a chi è venuto dopo di trovare qualcosa di esaltante (e meno dannoso!) per dare un senso al suo far parte di un gruppo senza vincoli di sangue ma ugualmente molto legato, che sia la cultura, che sia il matrimonio, l'adozione o la solidarietà di gruppo. Qualcosa che lasci un segno più profondo di tanti incontri tutti uguali in camerini di saune con tessera all'entrata. È un augurio fatto col cuore, che chi si affaccia ora al mondo resti sano per sempre e che abbia davanti il tempo per costruire grandi cose.