Test
di Pigi Mazzoli
pigi.mazzoli@libero.it
(pubblicato in "Pride", giugno 2010)

Questo mese sono stato molto tempo in chat, sui social network, in videochiamata, ritrovando vecchi amici con cui intavolare discussioni, ed incontrandone di nuovi e, forse per puro caso, quasi sempre si è parlato, raccontato, discusso di test da fare, di test positivi, di test mai fatti. Un po' l'avevo già in mente io, perché avevo trovato su Flickr una bella foto fatta da un ragazzo di San Francisco, Daniel alias Pup Ajax (a cui rubo talvolta vedute gay della sua città per i miei articoli qui), che mostra la vetrina di un negozio di abbigliamento in cui c'è la possibilità di eseguire il test hiv gratuito. Un Mick Jagger cartonato che sembra urlare ai passanti per richiamarli a uno dei vertici del salvifico triangolo condom-test-HAART.
Mi viene subito in mente che hanno chiuso già da un po' l'ambulatorio di via Fiamma a Milano (a due passi da casa mia!) dove si potevano fare i test gratuiti anonimi garantiti dalla legge. È rimasto solo quello di viale Jenner 44. Per i più di tre milioni di abitanti della Provincia di Milano, l'esistenza di un solo presidio mi pare indicare che quella legge italiana che prevede che in ogni provincia siano presenti degli ambulatori "testing and counselling" HIV ad accesso diretto (cioè senza avere bisogno né dell'impegnativa del medico curante, né del libretto sanitario, né del codice fiscale) in cui sia possibile eseguire il test HIV in maniera anonima e gratuita sia considerata davvero poco importante. Comunque, il centro MTS di viale Jenner è aperto dalle 8 e mezza alle 15 e mezza, dal lunedì al venerdì; non dico di tenerli aperti la notte, ma un piccolo sforzo in più io lo avrei fatto. C'è da considerare che alcuni, per motivi professionali o famigliari (un parente nella sanità; un posto di lavoro delicato) preferiscono cambiare provincia o regione per fare il test. Se la legge prevede l'anonimato, che anonimato sia per tutti. Un mio amico medico va sempre altrove a fare il test, non vuole che eventualmente si sappia sul posto di lavoro, un evento del genere sarebbe un (pur illegale) intoppo nella carriera, ed è arduo dimostrare che è per quello che non ti hanno dato l'incarico prestigioso e non per altri motivi, non sempre la realtà ha un finale alla Philadelphia, dove mostrando con un coup de théâtre le lesioni da sarcoma l'eroe riesce a vincere.
Ci sono, comprandoli in Internet, i test fai da te. Con molti dubbi: pare che diano troppo frequentemente dei falsi positivi (con inutili angosce e drammi connessi). Poi si deve avere la carta di credito, ordinarli e aspettarli per posta. Ho pure il dubbio che durante il trasporto il mio kit faccia un tratto su un camion assolato, o che scenda sotto i meno venti gradi nella stiva di un aereo, superando così l'intervallo 3-30 gradi centigradi che assicura poi la correttezza del risultato. Costano poco, tra i 20 e i 30 euro, si possono ordinare in USA, Regno Unito e Francia. Ma, allora, all'incirca allo stesso prezzo si può andare in un qualsiasi laboratorio privato italiano e dare un nome falso e fare il test.
Parlando con un amico farmacista raccontavo la mia vecchia idea di preparare un camper (tanti camper!) itinerante per il prelievo e la consegna del referto. Sosterebbero a giorni prefissati fuori dalle discoteche, all'ingresso dei cruising bar, ai bordi dei parchi di battuage, anche tutta notte, a fare test e consegnando il risultato la settimana successiva. Costerebbe troppo? Quanto vale la salute di una persona, se può iniziare la terapia in tempo, e se può evitare di infettare altri essendo stato messo a conoscenza del suo stato? È più importante convincere tutti ad essere pazienti scrupolosi e ligi, o è meglio cambiare regole e metodi e andare là dove ci sono persone riottose a varcare la soglia di un laboratorio?
Ho letto due storie simili, due persone che si sono scoperte sieropositive in ospedale, ricoverati. Sieropositive e ammalate, in AIDS, con 50 o 70 CD4, che significa che non si è certi di poter sopravvivere. Loro ce l'hanno fatta e lo stavano raccontando. Una mistica rinascita o un miracolo della medicina, ognuno gli dà il suo significato, ma in comune la stessa storia, non aver mai fatto il test perché non si pensa mai di essere positivi. Iniziare la HAART, la terapia con più farmaci, anche in questa fase conclamata della malattia riesce a salvare in extremis persone che una volta sarebbero sicuramente morte da lì a poco. Ma iniziare la terapia a 50 CD4 è cosa diversa che iniziare fra i 500 e i 350 come viene ora raccomandato. Di questo ritardo resterà un'onerosa traccia per il resto dell'esistenza.
I motivi per sottoporsi regolarmente al test (quanto regolarmente dipende da quanto sesso si fa e come lo si fa) ci sono e sono chiari a tutti. Eppure lo si fa sempre di meno (come il sesso sicuro, sempre più persone si affidano al caso e alla fortuna). Forse semplificando la procedura, venendo fisicamente incontro alle persone, facilitando, diventando più gay friendly, ma per davvero, forse si potrebbe arrivare a quel sognato giro di boa del calo delle infezioni.