L'importanza di essere onesto.
di Pigi Mazzoli
Pubblicato in "Pride", 2001

La sieropositività ci mette di fronte a un bivio. Vivere egoisticamente una vita "normale" o l'esigenza di non giocare con gli altri pur di esorcizzare la tristezza portata dall'incertezze del futuro.
L'opinabile scelta di avere un figlio pur essendo gay diventa un dubbio drammatico quando si teme di avere ancora meno possibilità di seguirlo lungo il suo cammino.



Quando scrivo spiegando cosa significhi essere sieropositivi cerco di raggiungere due scopi. Uno è quello di ricordare, informare chi ancora non conosce e sottovaluta la pericolosità dell'HIV affinché si protegga col sesso sicuro e non diventi pure lui l'ennesimo anello di questa catena da spezzare.
L'altro motivo è quello di portare una testimonianza, la mia, a quanti vivono la condizione di sieropositivi nella solitudine che l'emarginazione ci costringe. Seguire passo passo il cammino di un'altro con gli stessi nostri problemi ci può essere d'aiuto. Ma può essere d'aiuto anche per chi vive di fianco ad un sieropositivo che ancora non ha trovato il coraggio di parlare, di aprirsi, di chiedere aiuto.
Quando scopriamo di essere sieropositivi ci troviamo a dover fare una scelta: decidere quali persone mettere al corrente. Sono diversi i motivi che dobbiamo prendere in considerazione: l'onestà verso le persone care contrapposta al nostro timore che la notizia le possa inutilmente addolorare e sconvolgere chi, magari gli anziani genitori, non riuscirebbe a sopportare lo stress; la paura di essere emarginati, comunque considerati diversi, contrapposta alla necessità di avere qualcuno con cui parlarne; la certezza che questo sconvolgerà la nostra vita sessuale ed affettiva e che ci fa vedere nella dissimulazione della malattia la continuazione dei nostri rapporti "normali"; la paura che la notizia possa passare di bocca in bocca fino ad arrivare all'orecchio di persone che mai vorremmo sapessero del nostro stato.
Il più delle volte sono gli amici più cari il banco di prova della nostra rivelazione, segretamente li usiamo per fare le prove delle nostre e delle altrui reazioni. Creiamo nella nostra mente tutto il copione da recitare, poi magari abbandoniamo tutto e facciamo una dichiarazione di getto, spontanea. Stiamo ad ascoltare più le nostre emozioni che le altrui risposte. Quando del tempo sarà passato guarderemo con tenerezza questi nostri goffi e disperati tentativi di comunicare ricordandoci che, allora, eravamo così sconvolti da non aver effettivamente molti altri mezzi per ritornare alla realtà. Ringraziando di aver avuto amici intelligenti, buoni, forti. Se ci càpita di fidanzarci, e al fidanzamento pensiamo subito, anche solo dopo pochi sguardi contraccambiati, il pensiero fisso è come fare a dirlo. E senz'altro poi lo diremo, anche sapendo che questo cambierà il rapporto, ineluttabilmente. Capiremo anche che essere in due significa non essere più autonomi rispetto alla scelte di vivere pubblicamente la malattia, e ci accorgeremo con amarezza che a volte il pregiudizio è ancora più crudele con chi divide la vita con noi che con noi stessi. Col tempo possiamo arrivare alla serenità sufficiente per poterlo dire a tutti, senza temere che ne possa soffrire la nostra felicità a causa delle reazioni altrui. Corriamo al limite il rischio di apparire addirittura esibizionisti rispetto al nostro stato, la nostra sincerità assoluta può venir interpretata come una richiesta di affetto, consolazione, ed invece potrebbe essere solo l'ennesimo tentativo di sentirsi normali esorcizzando la malattia. Rendendola pubblica non avrà più bisogno di spiegazioni, non dovremo più neppure dirlo, lo si saprà. Non vedremo cambiamento negli altri, perché gli altri sapranno già chi siamo quando ci conoscono.
Credo che per un sieronegativo questo discorso sia un po' oscuro. Probabilmente per loro l'hiv è, seppur grave, solo una malattia. A volte, senza saperlo, siamo noi a confortare loro rappresentando lo spettacolo della persona piena di speranza ed equilibrata. Lo abbiamo detto ai genitori, al fidanzato, abbiamo buttato su di loro parte del nostro peso perché ci aiutino a portarlo. Sappiamo che per loro sarà anche più pesante che per noi perché noi possiamo trovare la forza della rassegnazione, mentre loro hanno solo il peso dell'impotenza. Con che coraggio potremmo gravare ulteriormente con le nostre piccole depressioni, il nostro sconforto? Con che coraggio potremmo scaricare su di loro altra infelicità? Ed allora cerchiamo di dissimulare il momento di tristezza, o l'apatia che ci prende davanti alle cose per cui loro si stanno tanto entusiasmando. Fingiamo di sorridere per una commedia per noi senza senso. A volte sono tentato di chiamare "Telefono amico" per potermi sfogare con qualcuno che, non conoscendomi, non amandomi, non potrà soffrirne più di tanto. Oppure ci sfoghiamo col nostro medico, ma non trovando il coraggio o le parole per esprimere il nostro male di vivere, ci accontentiamo di lamentarci di medicine, di nausee, di diarree, di forze che non ci sono più. Siamo almeno liberi di parlare in ospedale di un lato negativo senza provare sensi di colpa. Per trovare la forza, lo spirito, di vestire la maschera del "fisicamente sto bene" quando ritorneremo poi tra le persone care. Non siamo preoccupati della nostra salute fisica quanto lo sono invece i nostri cari, mentre loro non immaginano neppure quanto sia sconvolgente per noi, per chi siamo, l'essere infettati. E vogliamo che non lo sappiano, almeno non del tutto. Non hanno come noi tutta una vita da dedicare al recupero della serenità.
Fra di noi, invece, ben venga la solidarietà, bastano poche parole e ci si capisce. Non mi fa male sapere i problemi altrui, anzi, mi aiuta a sopportare i miei. Non è "mal comune mezzo gaudio", non è chiudersi in un ghetto: è la gioia di non essere soli.

Alcuni lettori mi scrivono, felici finalmente di avere uno sfogo con chi vive i loro stessi problemi. Mi portano la loro sensibilità e intelligenza, dividendo con me la loro vita, le loro scelte, i loro dubbi, le loro aspirazioni. Ecco una di queste lettere, a chi me l'ha mandata ho chiesto il permesso di farla leggere anche a voi, arriva dal Piemonte:

"Questa notte, mi sono detto, non devo dimenticare tutta la rabbia che mi è uscita di dentro. Non devo dimenticarla eppure adesso è già sbollita: neppure un vago cerchio alla testa, rimane soltanto sulla mano il timbro della discoteca, dove avrei voluto divertirmi, ed un senso di solitudine da vertigine. Avrei voluto divertirmi, ci sono andato di ottimo umore, da solo, come sempre, e dopo un ora di tourbillon di saluti, abbracci, complimenti ho incontrato un ragazzo che non vedevo da un po', lui era bevuto, io pure, anni fa in un'altra serata da delirio lo avevo avvicinato, ero sbronzo, e gli ho detto che ero hiv+ e che sapevo che lo era anche lui. Da allora non ne abbiamo mai più parlato ci siamo sempre intesi così, con un'occhiata. Tra di noi non c'è mai stato niente: lui non è il mio tipo, io non sono il suo, tutto ok. Questa notte lo vedo, lo saluto, lui mi abbraccia e mi dice che non ce la fa più, che stiamo pagando un prezzo troppo alto e non si sa perchè; gli rispondo che è vero, che non riesco più a staccare la spina, la consapevolezza di essere sieropositivo non ti abbandona mai: bevi di tutto, cala di tutto, tira, sniffa, svèrsati come vuoi! Ma non dimentichi mai. Restiamo lì appoggiati al bancone del bar e guardiamo i cavalieri della notte che ballano, che si cercano, gli uomini, le donne, i ragazzi, le drag, come vedere qualcosa dai vetri ed esserne esclusi. Gli dico che forse, quando nel nostro mirino centriamo uno che ci piace, il modo migliore per amarlo sia evitarlo, per la piega che ha preso la nostra vita, la nostra trasgressione può solo essere la castità. Ride. Ride e mi da ragione: perchè sono anni che non scopiamo più con abbandono, rilassàti, divertìti, e prima della paura che l'altro possa avere qualcosa che ci possa infettare, viene la paura di essere noi ad infettare lui. Tante volte mi avvicinano dei ragazzi che al massimo hanno vent'anni e sono incuriositi dal trentanovenne che sembra maturo e rassicurante e mi rendo conto di quanto siano vulnerabili, di quanto sia facile ottenere da loro tutto ciò che si vuole. Si affacciano alla vita con mille progetti per il futuro (io non riesco a pensare neanche alle vacanze di agosto) e mi rendo conto che non so come propormi se non fingendo di essere già impegnato, facendo il misterioso. Mi sento stupido ed inadeguato.
L'amico si allontana risucchiato dai mulinelli della discoteca. Rimango da solo, appoggiato ad un corrimano, continuo a guardare, non sento più la musica, sono immerso in un silenzio assordante, mi vedo come una nave scassata che affonda in un porto ma nessuno dalle navi vicine manda aiuto. Dimenticavo, ho issato la bandiera gialla, c'è la peste.
Mi sveglio di colpo, di colpo sento fortissima la musica, qualcuno mi ha pestato un piede, qualcuno mi abbraccia. E' una matta, una bellissima matta che ho conosciuto sabato scorso che vuole un figlio da me. Me lo ha chiesto già sabato scorso, me lo ha detto per telefono durante la settimana, (ma chi
le ha dato il mio numero?) ed ora è qua a chiedermi se mi manca il ruolo di padre.
Le offro da bere il mio tgv, le accendo una sigaretta, balliamo assieme, poi sparisce nel nulla. Rimango stordito e assorbito dal pensiero che non ho un figlio. Non riesco a districarmi dal dubbio se avere un figlio sia un atto di generosità oppure di egoismo.
Anni di infanzia con un educazione cristiana e di militanza il CL lasciano il segno. La vita è un dono? Riaffiorano ogni tanto dei precetti che credevo di aver demolito ma che evidentemente ho solo rimosso. Certo un figlio non ti molla come può fare un amante, con un figlio la storia non finisce, ma non saprei cosa scrivere sulle pagine intonse dei suoi primi anni senza danneggiare o condizionare la sua coscienza, la sua personalità. Qualsiasi cosa fai, gli dai un imprimatur indelebile.
Accendono le luci, la musica si abbassa, ressa al guardaroba, alla cassa, inconto il "capo" dell'animazione del locale, non mi fa pagare, mi dice che sono quelli come me che fanno interessanti le serate. Mi sembra esagerato, ha sicuramente calato qualcosa di troppo, lo ringrazio ed esco. Solo, nel freddo azzurro del mattino i miei passi rimbombano sotto i portici deserti. Non ricordo un nome, non ricordo un volto, non ho sonno. Ho solo in mente una cosa: sono sieropositivo." (omissis)@hotmail.com


Questa lettera l'ho fatta leggere a (omissis), il mio fidanzato, perché tocca argomenti che fra noi trattiamo solo in burla, perché il loro peso sarebbe forse troppo anche per il nostro rapporto seppur forte: la necessità di essere normali, i progetti per il futuro, i figli che non ci saranno. A volte non ho il coraggio di rimarcare con lui certe cose. Dette da un altro sono meno crude. Era troppo bella per essere letta solo da noi.
Credo che possa arrivare anche alla mente, non solo al cuore, di chi vede l'hiv solo dall'esterno. Ho chiesto, a chi me l'ha mandata, di pubblicare il suo indirizzo e-mail perché vorrei che queste pagine fossero, oltre che di informazione (qualcuno mi ha detto "terrorismo"), anche un ponte fra chi ha tanto da dare dentro di sé e trova invece delle pareti impenetrabili costruite intorno. Gli chiedo scusa per averlo "violentato" chiedendogli di mettere in piazza il suo lato più intimo a beneficio di tutti noi, sieropositivi e non. Lo ringrazio per questo e spero che da qui parta per lui e per noi un'altra storia, un'altra vita.