Pubblicato in "Pride" di giugno 2001

Vorrei che il pride non servisse più

di Pigi Mazzoli

Che pride sarebbe se potessimo smettere di "lottare contro" e potessimo invece "lavorare per"? Sarebbe una grande festa.

Se non avessimo nemici potremmo usare le nostre energie per costruire un mondo migliore.

Ormai si fa un "dietro le quinte" per nobilitare qualsiasi cosa. Quella che una volta era solo una foto di scena in bianco e nero rubata sul set di un film ora diventa un documentario di due ore che mostra passo per passo come nasce un videoclip di tre minuti.

Tutto ha una parte nascosta pronta ad essere spettacolarizzata. Magari solo per giustificare un prodotto che non parla da sé. La biografia del pittore schizoide e una critica fantasiosa fanno assurgere a capolavoro assoluto qualsiasi crosta insulsa.

I miei articoli sono più croste che videoclip (ditemi di no, vi prego) ma ora anche loro hanno bisogno del loro making movie.

State leggendo questo pezzo, è giugno del 2001, magari è luglio del 2001 ed allora il foglio è più sgualcito dall'uso, per essere passato di mano in mano ad altri - come voi - passati dal locale dove ora state leggendo in un momento di pausa, forse di noia, questa copia di “Pride”. “Pride” di giugno, il mese del gay pride.

Guardo il calendario, sono al mio Macintosh a scrivere ed oggi è il 3 di maggio. Un mese fa il direttore mi ha proposto di scrivere un pezzo sul pride e io mi sono ridotto solo oggi a mettere nero su bianco quello che ho elaborato per un mese. Pensando a tutta la redazione, a tutti i collaboratori che come me spostano avanti di due mesi l'orologio e cercano di scrivere cose che abbiano senso due mesi dopo. Tutto ovvio, è vero. Ma ora mi sembra più difficile del solito.

Mentre scrivo, le elezioni sono il pensiero dominante e mentre state leggendo invece saranno dimenticate, chiunque abbia vinto, perché saranno superate dalla reazione orgogliosa contro una destra che vorrebbe silenziarci oppure dalla tranquillità un po' inquieta di essere di nuovo con una sinistra che di sinistra ha poco e che, se chiediamo troppo, ci ricorda che chiedere troppo non paga e che i tempi non sono maturi e che...

Un pezzo sul pride dovrebbe grondare entusiasmo ma è difficile simularlo nell'incertezza dell'agone politico, nell'alternativa del peggio e del meno peggio.

Montanelli dice "meglio vinca la destra così la sinistra ha il tempo di riformarsi perché ora non ha sostanza".

Anche le Brigate Rosse vorrebbero la destra al governo perché solo con un forte nemico possono sperare di fare proseliti. Ci credo. Finché regna la sinistra è possibile il dialogo e non c'è speranza di far rivoluzione. Lo hanno detto in questi giorni, pre elezioni, un po' tutti, a sinistra.

Questo mi riporta all'anno scorso. Si è detto che il pride a Roma ha funzionato perché c'era un nemico da combattere. La cosa non mi fa felice, affatto. Io non cerco la rivoluzione, non più. Sono passati per me i tempi in cui giravo nel Duomo di Milano a braccetto con Mario Mieli a gridare, felice, slogan blasfemi. Sono serviti allora. Ora vorrei un papa che dicesse "figlioli" a tutti e non che agitasse lo spettro delle fiamme infernali. Un papa che, così come si ricorda del debito del Terzo mondo, si ricordasse anche del debito della nostra società verso tutti quegli omosessuali che hanno sofferto ostracismo e pene. A partire dai roghi, su su passando dalle carceri al confino, dai campi di concentramento fino all'esclusione dalle regole della società. Vorrei che il pride non servisse più.

Vorrei che fossimo tutti gay, nel senso di orgogliosi di ciò che siamo. Vorrei che tutti, omosessuali, bisessuali, eterosessuali, trasgender, gerontofili, e chi più ne ha più ne metta, fossimo felicemente orgogliosi del nostro desiderio e della nostra capacità di amare. Così come vorrei che tutti fossero orgogliosi della loro bassezza, pinguitudine, miopia, pelle flaccida, nasi aquilini, senza doversi modificare o autoescludere da alcunché. Felici di essere. Essere quel che si è senza voler essere altro.

Natalia Aspesi, che adoro (lasciatemi usare questo verbo da finocchi), rispondendo all'omosessuale di turno che non si accetta e che cerca caparbiamente di cambiare, lo tranquilizza ricordandogli che esistono anche quelli che si accettano felicemente e che lui non deve condannarli per questo (così ora sta ricordando anche a me che esistono quelli che non si accettano e che io non devo condannarli). Questo è il mio mondo, gli altri facciano come pare a loro.

Ecco, mi sento gay. Molto più che omosessuale. Mi sento orgogliosamente, felicemente omosessuale. Sento che se dovessi nascondere il mio amore ne soffrirei fino a morirne. Linguaggio da melodramma? No. Penso a tutti quei suicidi che non sono qui perché hanno creduto di non avere né la forza di mostrarsi né quella di nascondersi per una vita. Se il nostro pride del 2000 era contro il Vaticano vorrei che quello del 2001 fosse per chi crede di non avere la forza.

Vorrei che sapessero, vorrei che quando sono lì per buttarsi dalla finestra o per ingerire tutto il tubetto, sapessero che hanno tanti fratelloni che vorrebbero fermarli, abbracciarli forte, pronti ad ascoltare tutte le delusioni, le ansie, le violenze che hanno dovuto sopportare. Pronti a promettere di non lasciarli mai neppure quando le cose si faranno difficili, quando i genitori li butteranno fuori di casa, gli amici di infanzia li allontaneranno, i colleghi li derideranno ferocemente. Pronti a dire e dimostrare che non è sempre così. Pronti a ricordare che anche loro possono fare qualcosa affinché non sia più così. Non lo sapete che anche voi avrete dei fratellini che avranno bisogno di voi, del vostro aiuto, della vostra saggezza, del vostro amore? Volete andarvene così senza lottare? I fratellini di oggi saranno i fratelloni di domani.

In questo mese, in cui scrivevo e riscrivevo mentalmente l'articolo, i miei pensieri andavano altrove. Pensavo che se tutti i gay dello spettacolo, della politica, della cultura, dello sport dichiarassero tutti assieme la loro gayezza allora le cose cambierebbero di colpo, ne sono certo. Di fronte a queste vite esemplari, veri simulacri di divinità della nostra epoca, anche chi non capisce e non può capire, si arrenderebbe e almeno accetterebbe che quell'amore esiste. Sarà il pessimismo pre-elettorale, sarà la cura col Sustiva che fa volare la mia mente (finalmente un effetto collaterale piacevole), ma ho capito che tutti quei cantanti, sportivi, attori, con me hanno in comune solo il desiderio verso un uomo.

Ma loro non sono gay. Loro che si sposano con delle attrici, cantanti, modelle, lesbiche e non, e ci fanno anche dei figli, non sono gay ma solo degli omosessuali, non hanno diritto di sentire come cosa propria, neppure segretamente, il pride: non lo meritano.

Loro che potrebbero dare una mano tanto forte e decisiva ma hanno paura di perdere pubblico, sponsor, soldi. Loro che possono permettersi di avere bambini e bambinaie che glieli tirano su. Mogli e figli da mostrare dalle paginette delle riviste da parrucchiere per affrancarsi da noi. Noi che viviamo in fabbrica, in ufficio, in casa anche solo la paura di un rifiuto, di uno scherno, di una persecuzione.

Volevo proporre di portare al pride di quest'anno le loro foto in manifestazione, le foto di questi nuovi dèi crudeli. Perché si sapesse. Perché non è possibile farne i nomi su questa rivista: dovrebbe chiudere sotto il peso delle centinaia di processi per diffamazione che loro intenterebbero. Ma cosa vale di più? La nostra libertà di parlare da queste pagine, che è costata tanti sacrifici, o la loro libertà da quelle doppie vite? Meritano qualcosa?

Io ho smesso di pensare che siano gay. Loro sono solo omosessuali che si nascondono per profitto. Non abbiano paura, questa rivista vale di più anche di uno solo dei loro outing.

Vorrei però che si ricordassero, ogni volta che una vita si spezza per disperazione, che quella vita aveva comprato i loro dischi, indossato le loro magliette. Quelle vite potevano trovare un fratellone anche nel loro idolo, non lo sapevano. E allora che al pride non ci siano neppure le loro foto, idoli falsi e crudeli.

Voglio un pride fatto tutto di fratelloni e fratellini. Siamo tutti fratelli. Lo diceva anche Gesù. Lo dovrebbe dire anche il papa, ma forse lui non lo sa, lui non lo capisce...