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October 21, 2008

Mississipi River

"Missisipi River" di Nicolas Pascarel





*Prologo.

La guerra del Vietnam ha dato la possibilità ad una generazione intera di giovani fotografi di vivere profondamente un momento fatto di libertà e d'indipendenza rispetto ad una cultura basata sul benessere che aleggiava all’epoca. Per tutti loro nati dopo la seconda guerra mondiale, la misteriosa Indocina, sara l'occasione perfetta di allontanarsi del conformismo occidentale e sopra tutto d'intervenire direttamente sui motivi e le cause di un conflitto dando cosi' spessore alle loro vite.

Molti giovani parigini (Roland Neveu, Hervé Cloaguen, Patrick Chauvel, Catherine Leroy...), di New York, (Dana Stone, Sean Flynn, David Burnett...) o del Australia come Tim Page sono partiti con questo spirito. Sono diventati fotografi entrando in contatto con questa terra dove tutto era finalmente possibile e permesso.

Nessuno di essi prima di partire era un fotografo di professione, l'avventura personale e la voglia di libertà li univano. La foto fu il mezzo per raccontarsi e raccontare un mondo in piena ebollizione.

Molti tra di loro (135 in totale) non sono mai più ritornati, lasciando la loro pelle sulla nazionale 1, strada che collega Phnom Penh a Saigon o nella giungla del Laos, scomparsi per sempre in condizioni spesso mai chiarite.

La guerra del Vietnam fu unica in questo. Mai più, il fotogiornalmismo, il "reportage" sarà altrettanto libero di esprimersi. Con la fine della guerra, paradossalmente, si arresto tutta un 'epoca fatta di grandi ideali che si erano mescolati alla realtà quotidiana dei combattimenti. Un’epoca fatta di desideri folli e di LSD, di utopie a volte naif e di sogni a volte infantili, il tutto accompagnato della musica dei Rolling Stones.

Saigon é stata l'immagine di tutto cio, un angolo d'inferno cosi' vicino al paradiso.

Questo documentario parla di tutto questo, di un' avventura pienamente vissuta, di questo vento di libertà che soffiava in quell'epoca sul mondo, di fotografia, d’uomini e di donne che hanno scelto di essere protagonisti attivi delle loro vite.

Hervé era uno di essi, forse non il più famoso, non il più coraggioso e forse nemmeno il migliore reporter di guerra ma soltanto un giovane parigino partito alla ricerca di se stesso, catapultandosi sull' ultimo aereo di linea ancora disponibile per vivere in diretta la fine di un conflitto vecchio di 30 anni.

E' questa la storia che vi raccontiamo.





Saigon 29 aprile 1975

Cronologia:

La città é quasi caduta. L'indomani 30 aprile, Saigon, sarà nelle mani dei nord-vietnamiti. Saranno loro i nuovi capi del paese. La guerra sarà finita.

Sono già diversi giorni che i G.I (gli soldati americani) hanno lasciato i bar e le strade della capitale del Vietnam del Sud. Le famose calde notti di Saigon fanno parte del passato, i bar sono ormai vuoti e le donne tentano di ritornare "asiatiche", bisogna "ri-amandolare" gli occhi...il tutto in una notte.

Siamo in pieno centro città, in un bar, il "Missisipi River", a due passi della famosa Rue Dhan Khoi, ex rue Catinat. La luce é quella dei quadri di Caravaggio con il grano dei film super 8. Una giovane e bella vietnamita, Annie, balla da sola tra il biliardo e i tavoli vuoti. La luce è soffusa e in sottofondo c'è una musica francese ( paroles paroles di Dalida e Alain Delon o Ritornerai di Bruno Lauzi ) che inebria nell' atmosfera generale, tutto come la danza della giovane donna.

La musica si ferma d'un colpo.

Il documentario gioca sempre sulla nozione del tempo, non sappiamo bene se siamo nel 2007 oppure nel 1975.... i ricordi sono come la realtà, si mischiano in uno spazio-tempo, indefiniti.

Annie si siede su uno sgabello vicino al banco e ci dice:



" ti voglio raccontare una storia! ...Una storia che non esiste più! ....Ascolta" .



"...Ho incontrato Hervé nello scorso febbraio. Era solo. Era appena arrivato a Saigon e gli avevano rubato la macchina fotografica. Conoscevo un altro fotografo di Paris Match, lui doveva partire e ha lasciato a Hervé la sua macchina. Penso che era più per farmi piacere. E' cosi che l'ho incontrato, proprio qui, in questo bar... guarda, ecco com'era (lei mostra una foto)... é stata sua sorella, farmacista a Parigi, che gli ha dato i soldi per venire qua... credo appena 3000 franchi. Hervé ha preso, quasi l'ultimo volo Parigi-Saigon, aveva solo un biglietto andato in tasca, qualche rollino e una camera...voleva vedere che cosa succedeva qui, essere qui, presente !..."





Saigon monsone 2008

Ritroviamo Hervé in un aereo, guarda attraverso un oblò il Delta del Mékong.

L'immagine é di nuova pulita e netta come un film-video dei nostri giorni.

Hervé ha ormai quasi 60 anni, attraversa i suoi ricordi lungo le strade di Saigon, oggi divenuta Ho Chi Minh ville. Intanto lui parla ad alta voce... e si racconta. La videocamera lo segue dappertutto.

E' lui il nostro protagonista.

Le immagini che seguono sonno quelle descritte nel prologo. *vedi prologo









Durante le immagini del film, Annie è sempre giovane, circa 20 anni di età. Invece Hervé è , quasi vecchio. Lui ripresenta il presente e lei il passato. Di lui giovane ci sono soltanto le fotografie del rollino lasciato il giorno della sua partenza di Saigon.

Di tanto in tanto, ritroviamo Annie che si ricorda di un dettaglio di un week-end trascorso nel Delta del Mékong o su una spiaggia di Nha Trang.



Alla fine del documentario, Hervé entra in un bar e lo riconosce come il bar delle ultime notti prima dell'arrivo dei nord-vietnamiti. Vi entra!

Annie é li' che balla, balla balla.... la piccola Annie.

Lui resta in piedi di fronte a lei, la guarda lungamente e poi le parla, ma la musica forte copre le loro parole. Nella scena finale, ritroviamo l'atmosfera dell'inizio del film, le immagini hanno di nuovo il grano del super 8.





storia 1 Annie:

Normalmente in questo periodo dell’anno, non piove, mai una goccia d’agua, solo un sole di piombo come fosse mezzogiorno a tutte le ore. Pero quest’anno ha piovuto come fosse un presagio d’incertezza. Faceva caldo e pioveva, fu cosi. Hervé non aveva tanti soldi, anzi quasi niente allora lo preso a casa mia, non era proprio una casa, piuttosto una stanza, grande, lunga, alla cinese ma senza mobile, vuota. Senza ricordi e nient’altro. Hervé è rimasta qua per due mesi, quasi tre, fine alla fine, con soltanto la machina fotografica e dei rollini, tanti rollini. Metteva gli rollini nel frigorifero, birra e rollini e basta.

Poi è arrivato il 30 aprile.

La mattina del 30 aprile, è andato via a l’alba, lui sapeva cosa stava succedendo. La sera non è tornato. Ero preoccupata pero sapeva che lui faceva il suo lavoro allora ho pensato che domani sarebbe tornato, tranquillo. Non ero angosciata per lui ma per me, per il mio lavoro di notte al “Missisipi River”, pensavo a tutto quello che mi poteva succedere. Gia qualche giorni prima, delle ragazze del bar non venivano più a lavorare, alcune si faceva rifare gli occhi a mandola, cambiava casa per non lasciare tracce. L’atmosfera era nervosa. Io ero dentro una storia d’amore, sai come a 20 anni, niente conta veramente. A quell’età non conosci la paura.

Dopo due giorni, è salito a casa il mio vicino del piano di sotto. Con lui c’era un militare molto giovane e un altro tipo, credo un ufficiale, giovane anche lui. Lui aveva l’accento del nord. Mi hanno fatto delle domande sulla mia vita, sopra tutto il vicino e dopo un’ora mi sono ritrovato dentro un’altra casa un può al di fuori della città, c’era tanta gente con tante domande. Mi chiedevo sempre si ero con un straniero e perché. Tutti nel palazzo mi aveva visto con Hervé, era inutile mentire. Mi hanno detto che avevo un corpo da vietnamite ma una testa, un spirito di straniero, contaminata del capitalismo, del nemico. Sono rimasta li, chiusa per quasi sei mesi e poi un giorno mi hanno rilasciata. Sono tornata come fosse niente a casa mia. C’era più niente, neanche il letto, completamente vuota. Avevano preso tutto, forse i vicini pensando che non sarebbe mai tornata! Sul muro c’era un biglietto scritto attaccato con un scotch e pieno di polvere:

Ou es tu? Rendez vous devant l’Opéra à 6 heures, je t’attends là bas. Je t’aime. Hervé 2 mai 1975 »

Firmava sempre con la data…nel caso o…

Non lo mai più rivisto, mai più. Quando sono andata via della casa, ho incontrata la vecchia che faceva il phò (la zuppa vietnamite) nel cortile del nostro palazzo. Teneva in mano un rollino che ho riconosciuto subito. Mi dice:

“ tieni! un giorno, la mattina presto, il francese se né ‘andato. Mi ha lasciato questo per te, era il 4 o il 5 di maggio, credo. Lo conservato pensando che tu tornasse…. adesso è fatto…”

Ho cercato per strada un fotografo ancora aperto, tutti gli laboratori avevano chiuso dopo il 30 aprile, non c’era più nessuno che faceva delle foto. Per caso, ho trovato un vecchio che lo sviluppo a casa sua. Erano le foto di noi due partiti un week end a Nha Trang, sulla spiaggia. Vedendo le foto, ho pianto per un mese, un mese intero. Le foto c’e lo ancora, l’ho sempre tenute con me. Era fine novembre del stesso anno. Un anno folle dove tutto comincia e tutto finisce cosi…senza nessun logica, senza traccia di niente. L’anno più pazzo della mia vita, quello più bello anche, più intenso. Sono passato trenta anni, trent’anni non è poco. Qua la vita ha molto cambiata dopo il 30 aprile…molto.

Per quasi due anni, ogni tanto veniva un ufficiale a casa e mi chiedeva della mia vita, se avevo trovato un lavoro e che nel caso di no, il partito, il comitato popolare mi avrebbe trovato uno. Mi diceva che dovevo sposarmi e cosi non avrei mai più avuto problemi, insomma che era tempo di pensare al futuro, a costruire una vita nuova.

Ho rifatta la mia vita, da capo, come fosse niente, forse banale pero era l’unico modo per continuare a vivere in pace e cosi fu. Poi un giorno, era nel 1992 o 93, non mi ricordo bene, abbiamo cominciato di nuovo a vedere stranieri nelle strade di Saigon. Erano i primi dopo tanto tempo, dopo la guerra. La ho pensato di nuovo a lui, a sperare, a sognare pero niente. Stavo per strada giorni e notte per incontrarlo, facevo mille volte Dhan Khoi, avanti, in dietro con la speranza di vederlo, pensavo che lui sarebbe tornato, ero sicura… invece niente. L’ho fatto per piu di due anni, cosi, avanti, in dietro, chilometri di marciapiede a sognare, sperare. Avevo solo paura della polizia, di un controllo ma lo facevo lo stesso, niente, nessuno mi poteva fermare. Ogni tanto, fermavo un straniero per strada e facevo vedere le foto e chiedevo se lo conosceva…loro si mettevano a ridere, o dicevano di no, la gente credo, non capiva. Un giorno non so perché ho detto basta. Basta! e non sono mai più tornato a camminare come una matta su Dhan Khoi. Era finito. Tutto finito.

Oggi non saprei neanche riconoscerlo, sarà vecchio…come me. O morto chi sa?

Pero a chi poi interessare tutto questo, non interessa nessuno, più nessuno…è sicuro!





storia 2 Hervé:

Hervé sta sul’aero che lo porta a Saigon o piuttosto Ho Chi Minh city. Traversa il delta del mékong e guarda giù, il panorama dei campi inondati come sempre in questo periodo dell’anno. La notte è quasi calata quando l’aero attera a Saigon. Hervé esce dell’aeroporto e prende un taxi. Nel taxi, guarda tutto come un bambino che si ricorda di tutto e di niente. Non parla, guarda il traffico e le luci della città. Scende al centro della città in una piccola strada dove trova una stanza per dormire. Una stanza tipica con ventilatore ad alta velocità e rumoroso, con luce néon dovunque, con odori tipici di DTT e colori naif sulle lenzuoli di plastica, come sempre in questa parte del mondo. Hervé si sieda sul letto, prende una sigaretta e guarda il tutto. Tutto sembra uguale, uguale a prima.

Dorme cosi, senza rendersi conto.

Si sveglia di notte e chiude le luci. Si accende una sigaretta e apre la finestra. Scende giù alla réception e senza svegliare nessuno, apre il frigorifero e prende una birra. Torna sopra nella sua stanza. Se la beve vicino alla finestra, guardando la notte.

Le prime minute del girato sono mute.



La mattina dopo. Hervé sta nel bagno, facendo la barba, i denti, ci guarda e dice:

“adesso, ci devo andare, devo scendere, camminar….e sopra tutto, respirare, sentire la città….”

Scende alla réception e vicino al suo nome, scrive: One Tiger. Il nome della birra di ieri notte.

Siamo per strada e Hervé cammina. Si dirige verso quello che lui conosce. Verso il Palazzo della riunificazione.

















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October 21, 2008

Stage photo en Asie du sud est - Photo workshop in Asia

Photo workshop in Cambodia - Stage photo au Cambodge :

8 to 19 Febbruary 2009

15 to 24 June 2009

www.fotoasia.org

Photo workshop in Vietnam - Stage photo au Vietnam :

21 to 30 January 2009

2 to 11 July 2009

info: www.fotoasia.org

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April 24, 2008

"Mémoire des années de pluie" Cambodge 2000-2004

Memoria degli anni della pioggia

 

 

L'aereo era appena passato sul delta del Mekong. Nel 2000 c'erano state le inondazioni più violente degli ultimi 50 anni. Non solo in Cambogia ma in tutta l'Indocina. Dall’oblò del piccolo aereo su cui viaggiavo vedevo acqua dappertutto e riuscivo a vedere solo il tetto d'oro del Palazzo Reale. Non vedevo la terra. Con i miei occhi cercavo le strade, le macchine, i monumenti e le case: un movimento o un attività che mi restituisse l’idea di una città, ma quello che vedevo era invece acqua, solo acqua da per tutto. Una capitale completamente inondata, bagnata dal fiume Re, il Mékong che, esondando, aveva invaso l'intera città. Poi ho capito che l'aereo stava atterrando e ho pensato: questa è Phonm Penh! Pioveva e pioveva: era il monsone. Ho visto questo paesaggio allucinante. Una città dove non si vedeva niente. Sommersa..

C’erano due o tre persone a bordo. Io le guardavo. Cercavo di capire com’erano i cambogiani. Come si muovevano. Che fisico avevano. Chi erano.

All’epoca, c’era il vecchio aeroporto, quello costruito dai francesi. Adesso è diverso, l'aeroporto è moderno. Era un capannone dove non c’era niente, né souvenir, né duty free. non c’era neanche un aereo sulla pista ma solo due giganti elicotteri russi di guerra, arrugginiti come tutto il resto.

Era una città grigia e povera. Già  nell'aereo sentivi l'umidità. Il caldo che ti fa uscire l'acqua dalla pelle. E cosi fu.

Cosi sono arrivato a Phnom Penh, capitale della Cambogia. In quel momento mi sono chiesto cosa stavo andando a fare in quel posto, che cosa negli anni precedenti aveva accompagnato e sostenuto fino a realizzarlo il desiderio di trovarmi in quest’angolo di mondo. Un po’ era il “fantasma” francese, l'Indocina che mi faceva tanto sognare nei racconti che facevano i grandi.

 

Sono arrivato in Cambogia con il compito di creare un dipartimento di fotografia all'Accademia Reale delle Belle Arti: era questa la mia missione. Nella scuola, s’insegnava solo pittura, scultura e danza tradizionale. I miei alunni erano 12 ragazzi, desiderosi e pronti ad imparare l’avventura della fotografia. Dodici ragazzi, nati quasi tutti dopo il regime di Pol Pot, pieni di vita,  curiosità e rispetto.

Avevo 12 ragazzi e 6 macchine fotografiche vecchie e madide come il paese. Immediatamente mi sono reso conto che nella città regnava un vero e proprio deserto culturale: nessun cinema, nessun teatro e una sola biblioteca per una città di più di un milione di anime. Avevo davanti gli occhi degli studenti che non avevano mai avuto la possibilità di aprire un libro d’alcun genere, difatti studiavano su fotocopie. Il compito non era solo l’uso della machina fotografica, anzi, ma come dare a loro la possibilità di guardare il mondo, di riempirlo di ricchezze e di curiosità, insomma, il modo per alimentare un sogno, un desidero.

 

Da quell’ umido arrivo sono passati sette anni.

Sono entrato, un giorno di dopo-pioggia, un giorno grigio come il cielo della mia lontana Parigi all’interno del famigerato Tuol Sleng, S21, il luogo dove avvenivano le torture perpetrate dai Khmers Rossi e, dentro le sue celle, mi è sembrato di poter sentire ancora lo strazio delle urla dei prigionieri, dei bambini, delle donne e degli uomini, torturati ed uccisi.

Sono stati sei anni di lavoro che ho impiegato a lavorare, in maniera quasi ossessionante, sul tema della memoria o, meglio, sull'assenza di essa. Forse tutto ciò è accaduto la prima volta che mi sono soffermato a leggere su quelle mura i 10 comandamenti del regolamento carcerario ed è fra il numero 4 ed il numero 6 che credo sia maturata la mia convinzione di intraprendere questo lavoro:

 

- Dovete rispondere immediatamente alle mie domande senza perdere tempo a riflettere.

- Quando venite frustrati o ricevete delle scariche elettriche non dovete assolutamente piangere.

 

Tra quelle mura sono state uccise 18 000 persone, 2000 delle quali erano bambini.

  

Dopo 3 anni, 8 mesi e 20 giorni del regime di Pol Pot, 2 milioni di cambogiani mancavano all'appello su una popolazione di 7.500.000 abitanti, una media di 1550 esecuzioni al giorno. La Cambogia, era divenuta il Kampuchéa Démocratique, e si era trasformata nella triste nazione del silenzio. Nello spazio di poche ore il paese intero era precipitato dentro quello che si chiamerà il "grande balzo all'indietro", per contrapposizione con la rivoluzione culturale cinese.

Le città furono svuotate e gli abitanti deportati verso le campagne. Tutto si fermò di colpo: niente più poste, telefoni, vetture, scuole, università, ospedali; niente che appartenesse a questo mondo esisteva più. Anche il denaro, cosa impensabile, sparì completamente. Sette milioni di schiavi finirono nelle mani di folli, criminali all'occorrenza. La regola era semplice: chi non lavorava, non mangiava. E cosi via.

L'Onu, riconoscendo la Cambogia dei Khmers Rossi come la sola sovrana, concesse ai rivoluzionari l'occasione sognata di commettere liberamente e legalmente l'irreparabile. Fu, in un qualche modo, la subdola autorizzazione di un genocidio.

Per l'Occidente intero, il messaggio era chiaro: la Cambogia per 18 lunghi anni sarebbe stata rappresentata politicamente e diplomaticamente dal suo leader e dal suo braccio destro, ovvero la coppia Pol Pot-Ieng Sary.

All’interno di S21 ho incontrato quello che è diventato il mio amico Chey Sopheara, l’attuale direttore di Tuol Sleng. Era arrivato a S21 nel febbraio 79, esattamente un mese dopo la presa di Phnom Penh da parte dei vietnamiti. Tornato nella sua città che aveva abbandonato da studente, vittima della deportazione di massa con cui Pol Pot aveva allontanato forzatamente gli oltre due milioni di abitanti della capitale.

 

Neanche quattro anni più tardi, il giovane studente che era partito tornava vecchio, sul volto e nell’anima. In cambio di qualche grammo di riso aveva trovato lavoro a Tuol Sleng: il suo compito era ripulire l’edificio, portare via i corpi torturati rimasti all’interno, lavare, dal sangue versato, il marciapiede antistante, fare in modo che quell’odore di morte che impregnava le mura si attenuasse fino a sparire. Anche le foto-ritratto dovevano essere messe a posto: in ordine, per le famiglie dei morti, per quelle che ancora cercavano fra i dispersi.

Ho chiesto a Chey Sopheara se avesse raccontato ai suoi figli – che oggi hanno la stessa età del padre quando fu deportato - l’orrore di quegli anni. Mi ha risposto: “Sì, l’ho fatto, ma non ci credono”.

Non ci credono perché da quei tristi avvenimenti sono passati esattamente trent’anni, il tempo di una generazione, e il 60% dell’attuale popolazione della Cambogia ha oggi meno di trentanni. Loro non c’erano e nessuno gli ha davvero mai spiegato cosa sia realmente accaduto in quel periodo d’orrore. Sui banchi di scuola e all’Università si studia la  mitica storia dell’Impero Khmer; neanche una parola su Pol Pot, non un rigo sulla lunga guerra iniziata nel 1970 e conclusasi con gli Accordi di Parigi del 93. Un vuoto, un tunnel di 23 anni che ha cambiato, derubando della sua storia ed identità, l’intera società di questo paese. Il paese del sorriso come lo chiamavano i francesi.

Ogni tanto mi capita ancora di fermarmi a pensare se Pol Pot non sia davvero riuscito nei suoi pochi anni di potere a cambiare un intero paese: la Cambogia, le sue anime, i suoi luoghi sono abitati da fantasmi palpabili.

Il processo Onu ai capi dei Khmers Rossi che dovrebbero fare luce e giustizia sulla tragica oscurità di quegli anni continua a subire ingiustificati rinvii. Se ne parlato per 2002, poi 2003, 2004 e cosi via, niente processo. Ieng Sary, il numero due del regime di Pol Pot, vive ancora indisturbato in Cambogia, in ville lussuose tra la capitale Phonm Penh e la viziosa Pailin, sotto gli occhi di un popolo che ha dimenticato di ricordare.

Poi mi tornano le parole di Chey Sopheara:

“A volte…a volte sogno di vivere ancora nella foresta, vestito d’abiti neri e ci sono ancora i Khmers Rossi che arrivano per giustiziarci e noi siamo di nuovo costretti ad abbandonare la nostra casa. Ecco, non possiamo dimenticare, non si può dire “dimenticare il passato”, No. E ora chi è responsabile?  Più di due milioni di morti. Senza giustizia, senza tribunale. Avere un processo è molto importante”.

Durante questi miei quattro anni in Cambogia ho lavorato sulle conseguenze dirette ed indirette della guerra in questo paese e sulle sue macroscopiche ripercussioni sull’odierna società cambogiana. Ho scelto di raccontare il presente di questo paese nella sua versione più dura e delicata. Le immagini sono state tutte realizzate di notte al seguito degli educatori della Ong Krousar Thmey (Nuova Famiglia ndr) che si occupano della reintegrazione dei bambini di strada. Alcuni di essi sono semplicemente abbandonati, altri costretti dai loro stessi genitori a mendicare o rubare e  quelli che  rientrano  a mani vuote vengono picchiati. Questi bambini sono legati ad ogni sorta di traffico: prostituzione, droga, gang. Spesso, sotto una pioggia battente, siamo andati tentoni alla ricerca di questi bambini. Li abbiamo ascoltati, abbiamo dato del pane e tagliato le unghie. La maggior parte dei bambini che abbiamo incontrato sniffano colla, mentre altri s’iniettano oppio per combattere fame e fatica. Abbiamo insistito perché venissero con noi presso il centro d’accoglienza di Krousar Thmey, dove avrebbero potuto ricevere l’educazione, condizioni igieniche appropriate e, per il futuro, una preparazione professionale, insomma una vita normale, quasi normale. Pero è difficile convincere un bambino che non vede interesse di piegarsi ad una disciplina dal momento che vive libero per la strada. I genitori sono egualmente un handicap, poiché nella maggior parte dei casi sono proprio i bambini che permettono loro di vivere.

Qualche volta i piccoli vengono a passare due o tre giorni al centro, ma poi tornano sulla strada: per voglia di libertà o per la minaccia di un capo gang. Ricordo una notte di monsoni in cui, partiti in due su un motorino, l’educatore ed io siamo rientrati all’alba in quattro dopo aver “impilato” due bambini sulla sella.

 

Le foto che ho realizzato sono la testimonianza astratta e reale di tre storie che viaggiano sul tempo del passato, fino al presente ed alle prospettive future di questa società. Ho cercato di percorrere a ritroso il tempo di questa memoria perduta, il tempo dei ricordi che si mischia alla realtà a noi più vicina per fondersi nel tramonto che esplode sulle rive del Mekong, là dove le anime rinascono ed invadono il cuore dei viventi.

Mi sono reso conto che l'unico posto dove la gente cammina era sul lungo fiume. Il Mekong è l’essenza stessa del paese, senza acqua, la Cambogia non potrebbe esistere.

Li,  per la prima volta ho visto i cambogiani sedersi a riflettere .

Ho visto per la prima volta una coppia di giovani innamorati darsi la mano. Sono i momenti più intimi di una storia d’amore vissuta pubblicamente in Asia. Il Mekong è un momento di pace, forse l’unico in una città dove la pace non esiste. Sul Mekong la gente mi è sembrata più bella, più serena con se stessa,. Per me è stato evidente che questo era il futuro del mio racconto. Era il momento di riflessione per tutti i cambogiani. Era l’identità stessa del popolo come  per esempio la liberazione degli uccellini. I cambogiani prendono gli uccellini che sono chiusi in gabbia e vanno verso il fiume per liberarli. Questi rappresentano i  desideri che vanno via verso il villaggio d’origine, il luogo dove sono nati  e dove sono  rimasti i propri genitori o  che forse sono morti  durante la guerra. La città non esiste per i cambogiani, è stata creata dai francesi. Tutti i cambogiani vengono dalla provincia, dalle risaie e guardano il fiume come alle loro origini, alle loro anime.

 

Fin dai primi giorni ho avvertito questo lavoro come un’urgenza, maturata nel buio in cui, a distanza di trent'anni, la Cambogia brancola ancora e continuerà a farlo fin tanto che una nuova generazione non prenderà il potere. Spetterà a lei spazzare via i vecchi demoni, giudicando tutti coloro che hanno partecipato alla fabbricazione perfetta dell'orrore. Sarebbe il momento che l'occidente intero, paesi ricchi e poveri che siedono intorno ad un tavolo ci dicessero ad alta voce: noi c'eravamo, noi abbiamo visto, non abbiamo fatto nulla e, peggio ancora, noi abbiamo sostenuto e difeso l'indifendibile.

Non vedo altre soluzioni per far rinascere questo paese e restituire ad esso la speranza di ricostruirsi una vita.

In occasione del trentesimo anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi nella capitale – era il 17 aprile 1975 – mi è sembrato importante che i cambogiani stessi condividessero questo progetto, facendoli partecipare attivamente al loro dovere di memoria.

Per queste ragioni, il lavoro è stato riunito ed è stata allestito in una mostra che ha avuto luogo il 17 aprile 2005, 30 anni dopo, proprio all’interno del Museo del genocidio di Tuol Sleng, a S21 in collaborazione con il Centro culturale francese di Phonm Penh, il Ministero della cultura cambogiana e dell’ Ambasciata di Francia.

 

Nicolas Pascarel, fotografo.

www.fotoasia.org

 

 

 

 

 

 

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April 24, 2008

le Cambodge en 1999-2000

PETITE HISTOIRE CAMBODGIENNE.

 

Je me souviens que j’étais parti avec mes étudiants à Angkor. Un soir, vers 18h00, je suis resté avec l’un d’eux, assis en haut des tours du Bayon, à contempler ce spectacle de toute beauté, la symbiose parfaite entre le génie créateur de l’homme et la nature environnante.

La nuit s’est faite noire et toutes ces têtes sculptées nous regardaient. Ce sont des visages impassibles avec des petits et larges sourires, des visages remplies de douceur et pourtant cette nuit là, j’ai ressenti une terrible peur. Derrière ces visages se cachent quelque chose d’anormal, étrange et diabolique à la fois, peut être une frustration profonde, une humiliation retenue. Cela m’a fait penser à quelqu’un qui retient si fort sa colère que lorsqu’elle éclate, il est déjà trop tard, plus rien ne peut l’arrêter, la raison n’a plus de prise sur les évènements, seul la violence s’échappe, le tout totalement incontrôlable.

Lorsqu’on lit des livres sur le Cambodge, pendant et juste après la décolonisation, partout l’on parle de ce fameux sourire khmer, de la gentillesse et de la douceur de ce peuple. Ensuite, avec l’entrée des khmers rouges dans Phnom Penh le 17 avril 1975 et des témoignages de réfugiés qui arrivent jusqu’en occident, tous poseront la mème question, comment est-ce possible, comment cela à t’il put arriver, tant d’horreur chez ce petit peuple si gentil...De mon coté, je n’ai pas connu ce Cambodge là mais j’ai pris le temps de regarder et contempler Angkor et du fond de la jungle, il m’a semblé voir, derrière ces visages centenaires, une ambivalence dans les regards, un sentiment de terreur, un mal quasi invisible.

Tout comme les gens dans les rues de Phnom Penh, capables du meilleur comme du pire. Je me souviens d’un problème complètement insignifiant vécu personnellement avec une moto-taxi, une histoire de quelques centimes qui en l’espace d’un dixième de seconde, aurait pu me coûter la vie.

Mais combien vaut une vie humaine au Cambodge?

En fait tout dépend de l’heure; au dernière nouvelle, on annonce la somme de 50 US dollars à seize heures, une caisse de bière Tiger, passé vingt deux heures! Bref, il y avait chez ce jeune homme, rien qui puise marquer ce passage, mème délicat entre douceur et violence, pas un mot, un geste, un regard plus haut que l’autre, rien de visible en apparence et toujours ce sourire.

Comme le dit Fabio Giovannini, journaliste italien, il y a dans le regard et le visage de Pol Pot, ce mème sourire, cette mème expression que l’on retrouve dans les temples d’Angkor, mystérieux et énigmatique à la fois.

Au cours de mon séjour, combien de fois j’ai vu cette expression impassible, inquiétante plus que rassurante, déroutante pour un européen, incompréhensible pour un latin. Mais peut on condamner par avance une population entière sans essayer d’en comprendre le sens.

Je ne peux pas croire que toute l’histoire moderne du Cambodge tient dans les mains d’un seul fou, en effet, il s’agirait alors d’une série de fous sanguinaires. Dans ce cas, mème le roi Sianhouk est fou, puisqu’il s’allie non pas une mais plusieurs fois avec des criminels, par defénition les bourreaux de son peuple chéri! L’histoire nous montre qu’il n’existe pas de fous assez puissants pour prendre le contrôle de tout un pays, mais d’un laisser aller général, d’un pourrissement d’une situation de crise mélangé à des ambitions personnelles aux conséquences dramatiques. Pour comprendre ceci, il faut ce souvenir de la responsabilité de certains acteurs dans le drame cambodgien.

Tout d’abord, on trouve un ancien prix Nobel de la paix, Henri Kissinger qui n’hésite pas à sacrifier un pays jusqu’alors en paix, neutre et le précipiter volontairement dans le syndrome de la guerre du Vietnam. Pendant des mois, les B 52 américains, vont détruire,  anéantir, tout ce qui a valeur de richesse dans le pays : routes, ponts, complexes industriels, rizières, villages entiers rasés etc.. Sans parler du nombres de victimes. Le pays ne se relèvera jamais de ce tonnerre de feu. Pour couronner le tout, les Américains organisent un coup d’état et place un homme à eux, le général Lon Nol, homme politique véreux. L’accentuation de la guerre et la corruption généralisée qui sévit, font tomber le pays dans un état de ruine économique et moral, qui aura pour but, pour un bon nombre de cambodgiens, en particulier dans les campagnes, l’effet inverse souhaité, celui de se solidariser avec le mouvement khmer rouge.

Le deuxième acteur n’est autre que le roi. Sianoukh, destitué par le coup d’état ne trouve rien de mieux à faire que de se rapprocher des khmers rouges, les ennemis d’hier deviennent les amis d’aujourd’hui. Afin de récupérer son trône et par la mème le pouvoir, le petit roi est prêt à tout, quitte à s’allier avec le diable en personne. Consciemment, il leur offre les clés du pays. Désormais les portes de la capitale leurs sont grandes ouvertes. Après leur victoire, les Khmers rouges le remercieront en le détenant prisonnier, enfermé jours et nuits dans son palais. Ils élimineront tout de mème une partie de la famille royale.

Le troisième est, peut être, le plus inattendu, c’est à dire l’ONU! En effet, l’organisme international qui est sensé défendre la paix, la justice et l’égalité entre les peuples va laisser, avec l’accord des puissances occidentales, le Cambodge, qui s’appelle désormais le Kampuchéa, devenir la triste nation du silence. En l’espace de quelques heures, le pays tout entier est plongé dans ce qu’on appellera le grand bond en arrière, en référence à la révolution culturelle chinoise. Les villes sont vidées de leurs habitants et  déportés vers les campagnes. Tout s’arrête d’un coup, plus de postes, téléphones, voitures, écoles, universités, hôpitaux,...bref, plus rien qui soit de ce monde n’existe. Mème l’argent, chose impensable disparaît. Désormais huit millions d’esclaves sont gérés dans des mains de fous, criminels en l’occurrence. La règle est simple : qui ne travaille pas, ne mange pas! L’ONU, en reconnaissant le Cambodge des khmers rouges comme seul souverain, donne aux révolutionnaires l’occasion rêvée de commettre librement et légalement l’irréparable. C’est, en quelque sorte, une façon sournoise de légitimer un génocide qui a causé environ deux millions de morts sur une population de huit millions, le tout en à peine quatre années de pouvoir.

Pour l’occident, le message est clair, le Cambodge pendant quinze longues années sera  représenté politiquement et diplomatiquement par son chef, c’est à dire Pol Pot lui mème.

Le dernier est aussi son sauveur, il s’agit du Vietnam. Au moins grâce à lui le génocide mais non pas la guerre s’arrête. Les Vietnamiens, par leur incroyable avance militaire, vont stopper net les massacres mais en revanche, piller ce qu’il reste du pays (?). Partout ou cela est possible, ils volent, enlèvent, récupèrent tout ce qui se trouve sur leur passage, l’asphalte dans les rues de Phnom Penh, les fils électriques dans les murs, les portes des maisons, les salles de bain.  A leur départ, en 1989, ils détruiront entièrement, pierre par pierre, les belles maisons de Kep, ville au bord de mer. Ce que les Vietnamiens ne pourront pas emmener, ils le feront sauter au mortier.

Kep, aujourd’hui, n’existe plus. Il ne reste qu’une belle route qui panoramique entre rizières et Mer de Chine avec à ses pieds, sa plage, où le soleil vient éternellement se coucher. Il ne reste qu’un nom, peuplé de lointains fantômes.

Ces histoires brièvement résumées paraissent tellement surréalistes qu’on se demande si elles ont réellement existées ou s’il s’agit du plus mauvais des cauchemars contemporains.

Il y a longtemps déjà, le Cambodge est rentré dans un tunnel et trente ans après, il y est et y restera tant qu’une nouvelle génération ne prendra pas ce mème pouvoir. Il lui faudra balayer à jamais ses vieux démons, en jugeant tous ceux qui de près et de loin ont participé à la fabrication parfaite de l’horreur. Il serait grand tant aussi que l’occident tout entier, pays riches et pauvres qui siègent autour d’une table, nous disent à voix haute; nous étions là, nous avons vu, nous n’avons rien fait et pire encore nous avons soutenu et défendu l’indéfendable.

Je ne vois pas d’autres solutions pour faire renaître ce pays, lui redonner l’espoir de reconstruire la vie.

 

                                                                                décembre 2000

 

 

 

 

 

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April 22, 2008

Cambodge atelier photo 2000/ fotoasia workshop photo cambodia 2000

RAPPORT DE MISSION CAMBODGE. CREATION D’UN ATELIER PHOTO A PHNOM PENH.

SEPTEMBRE A DECEMBRE 2000.

           

Je suis arrivé à Phnom Penh, Cambodge, le 7 septembre 2000, pour une mission de plus de trois mois en partenariat avec l’AFAA, l’ambassade de France et le centre culturel français afin de créer un atelier photo avec un groupe de 10 étudiants de l’Académie Royale des Beaux Arts de Phnom Penh.

Le centre a mis à ma  disposition une salle de classe ainsi qu’un traducteur pour les deux premiers mois de cours.

Les étudiants étaient âgés de 18 à 24 ans et n’avaient aucune notion de photographie. Les cours avaient lieu tous les jours de 14 h à 17h 30 et nous disposions en tout de six appareils photos en état de marche. Ils devaient, à tour de rôle se partager les boîtiers. Le premier mois, il était important de leur expliquer le b-a-ba de la technique photographique et également, de leur donner goût à l’image. J’ai donc glissé à l’intérieur des cours des leçons d’histoire, ainsi que la possibilité d’utiliser au maximum le matériel du centre, comme la bibliothèque, qui contenait de nombreux livres photos et aussi la salle vidéo pour leur montrer des reportages, des documentaires et visionner des films cinématographiques.

Il faut savoir qu’à Phnom Penh il n’y a aucune salle de cinéma, aucun théâtre, pas de salle de concert et une seule bibliothèque moderne pour une ville de plus d’un million d’âmes. La ville et le pays sont un véritable désert culturel. Le niveau d’études et de culture générale est, après 25 ans de guerre, extrêmement bas. Les étudiants n’ont pratiquement jamais eu la possibilité d’ouvrir un livre de quoi que ce soit et n’étudient que grâce à des photocopies ! C’est pour tout ceci qu’il me parut important dans un premier temps de déclencher chez eux la curiosité, le désir et le plaisir de la connaissance.

Nous avons donc profité de toutes les opportunités que nous offrait le Centre Culturel Français. Tous ensemble, nous sommes allés à la bibliothèque pour découvrir, regarder et commenter les livres de Cartier Bresson, William Klein, Pierre Verger…Nous avons également entrepris une recherche iconographique à l'Institut des Archives de Phnom Penh afin de trouver des photographies du Cambodge du début du siècle. Nous sommes allés au festival du film cambodgien, manifestation organisée par le centre où ils ont choisi eux même les films. J’ai demandé à avoir accès à un ordinateur pour consulter les sites photos sur Internet, où ils ont pu se documenter sur la Maison Européenne de la Photo ainsi que le Mois de la Photo à Paris... Ils ont regardé la programmation de différentes galeries comme la Galerie Municipale du Château d’Eau à Toulouse, le Centre National de la Photo à Paris etc.. Nous sommes allés à l'inauguration de l'exposition de Roland Neveu qui exposait ses photographies réalisées les 17 et 18 avril 1975 lors de l'entrée des Khmers Rouges dans la ville. Pour eux, pas encore née à l'époque, ce fut une chance de rencontrer un témoin privilégié de ces évènements tragiques et de pouvoir, en présence de l'artiste, discuter et commenter ces photos historiques.

Pendant tout ce mois ils n’ont jamais fait de photographies. Je désirais qu’ils connaissent parfaitement l’outil, l’appareil, avant de les emmener en mission, en reportage. A mes yeux, il était primordial qu’ils connaissent la base de la photographie ainsi que de leur montrer l’importance d’une image, dans son rôle social et historique mais  également dans un sens plus large, comme celui de la photo artistique. Tout ceci était pour eux une vraie découverte.

Au bout d’un mois de cours intensif et après avoir réalisé quelques essais avec le matériel, j’ai pris la décision de les emmener en reportage photo sur le site d’Angkor, à 350 kilomètres de Phnom Penh. Je pensais, grâce à ceci, leur donner l’envie de vivre une aventure commune, leur montrer ce que les Khmers avaient fait de plus beau, les plonger dans leur propre mémoire et les faire réfléchir à une petite histoire autour des temples. J’avais insisté sur le fait qu’il y avait plusieurs façons de photographier les temples et qu’on n’allait pas reproduire Angkor comme une simple carte postale, mais qu’ils devaient trouver techniquement ou artistiquement une idée originale et personnelle sur le site. J’avais envie qu’ils mettent à profit ce mois de cours afin de jouer sur les cadrages, la perspective, la profondeur de champ, la lumière, etc..

J’ai donc demandé à l’Ambassade de France un budget afin que l’on puisse se rendre cinq jours sur le site d’Angkor. La demande fut accueillie chaleureusement et avec l’aide des services français et de la princesse Bophadevi, Ministre de la culture au Cambodge, nous avons obtenu 300 dollars à gérer par nos soins, 50 pellicules couleur et un laisser passé sur le site pendant toute la durée du séjour. L’argent servit à louer un minibus avec chauffeur pendant cinq jours, ainsi qu’un logement sur place pour l’ensemble de la classe. Les étudiants ont pris en charge eux même leur nourriture.

Là-bas, nous étions ensemble pratiquement 24 h sur 24. Nous avons travaillé sur le site du lever au coucher du soleil, avec un repos de deux heures le midi pour le déjeuner. Les cinq jours furent d’une grande beauté, le spectacle qu'on avait devant nos yeux était magnifique, mystérieux et magique. Une fois sur les temples, les étudiants étaient entièrement libres de photographier ce qu’ils voulaient, il n’y eut aucun contrôle de ma part, laissant ainsi la possibilité à chacun de s’exprimer et de trouver sa propre sensibilité artistique. Pour la plupart, c’était la toute première fois qu’ils voyaient en vrai Angkor, le plus pur symbole de leur histoire. Ces cinq jours furent d’une grande richesse basée sur un échange et un respect mutuel où nous devinrent, sans le savoir, de vrais amis. Nous venions de vivre une grande aventure humaine.

Nous sommes rentrés avec l’idée d’avoir accompli une mission, leur toute première, et l’excitation de découvrir le résultat photographique. Une fois à Phnom Penh, nous sommes allée développer les photos. Le résultat était plus que satisfaisant. Chacun, dans un style différent avait trouvé une certaine sensibilité, on était loin des cartes postales. Pendant deux jours, nous avons commenté et étudié ensemble les photos afin de corriger les erreurs de cadrage ou bien de lumière. Au final, nous avons fait une sélection d’une cinquantaine d’images pour les présenter à Roland Celette (directeur du CCF).  Roland fut lui-même surpris et me proposa de monter une exposition pour le vendredi 6 décembre, dans la galerie du CCF.

A mon retour, j’ai rencontré une jeune fille, étudiante en lettres qui parlait parfaitement français et voulait devenir journaliste. Elle était venue par curiosité et parce que des élèves lui avaient parlé de la création de l'atelier photo que je dirigeais. S’intéressant à tout ce qui touche l’image en général, je lui ai demandé si elle voulait intégrer le cours, en pensant qu’elle pouvait écrire par exemple les textes et le récit qui accompagne les images. Désormais, nous étions treize à travailler chaque jour ensemble. Par chance, nous avons créé une vrai équipe de jeunes reporters.

Au cours d'une manifestation de solidarité, j’ai longuement parlé avec la directrice de Handicap International Cambodge. Elle m’a gentiment demandé si j’étais intéressé pour faire travailler les étudiants sur deux bidonvilles de la ville dans lesquels l’ONG avait un programme de développement et d’éducation. Son idée était que les Cambodgiens eux-mêmes se photographient, avec leur propre regard plutôt que sans cesse faire appel à des photographes étrangers.

 L’idée me plut et tout de suite j’acceptai en pensant ainsi les faire travailler sur un reportage social en tentant de construire une histoire autour des habitants de ces quartiers. Après l’immobilité des pierres d’Angkor, je désirais qu’ils changent d’univers afin de leur montrer différentes facettes de la photographie. Qu’ils essayent d’obtenir  un autre regard sur le monde qui les entoure et qu’ils découvrent cette difficulté de photographier des gens que l’on découvre à peine et par la même, pénétrer l’intimité de l’homme dans sa vie de tous les jours.

Pendant une semaine entière, nous nous sommes rendus dans ces quartiers qui étaient par ailleurs complètement inondés et donc difficiles d’accès. Ce fut un travail de coopération très intéressant et enrichissant pour chacun de nous. La jeune journaliste questionnait les gens, prenait des notes et les étudiants, en accord avec elle sur le sujet, faisaient les photos.

En présence de la directrice de l’ONG, nous avons découvert ensemble le résultat. C’était vraiment un beau travail, sensible et doux dans les regards. La directrice fut très heureuse et leur promit une exposition itinérante dans les grandes villes du Cambodge qui débuterait pour février 2001.

Afin de nous préparer pour l'exposition du 6 décembre, nous avons agrandi les cinquante images, puis mis sous verre, encadré et réalisé nous même l’accrochage et l’éclairage afin d’être prêts pour le vernissage. Nous avons organisé un buffet et mes étudiants habillés sur leur 31 étaient vraiment émus, leur première exposition s’ouvrait aux yeux du public. Ce fut pour eux et moi-même un grand moment de joie et de fraternité.

La dernière semaine de cours, je les fis travailler sur la grande décharge publique de Phnom Penh pour y réaliser un sujet magazine avec textes et images. Je pense honnêtement que l’on pourrait proposer le sujet à des journaux français, cela me semble une bonne idée à développer. Un reportage complet sur le lieu, les conditions de travail de ces enfants qui à peine finis les cours de classe vont dénicher dans des montagnes de détritus du fer, des vêtements, du plastique..., le tout, pour quelques centimes. Il y a là un vrai sujet de reportage.

Le 17 décembre 2000, je donnai, non sans regret mon dernier cours de photo.

Je suis arrivé le premier jour de classe en leur disant que j’attendais de ce travail un échange mutuel. Ils m’ont regardé surpris et sûrement en se demandant bien ce qu’ils avaient à m’offrir. Après trois mois à leurs côtés, je sais qu’ils m’ont donné énormément, plus que je n’imaginais. Peut être tout simplement de l’enthousiasme, de l’espoir dans ce pays si difficile et un accès direct à leur propre mémoire. J’espère en avoir fait de même, en ouvrant des portes afin de déclencher la curiosité du monde et leur donner, peut-être, l’envie de continuer la photographie pour en faire un métier. Ce fut du moins un début.

Je pense sincèrement que l’atelier photo à besoin de continuer tout au long de l’année. Par expérience personnelle et pour le bien des élèves, vu les difficultés du pays, il faut impérativement qu’il y ait un suivi, sans laisser d’espace dans le départ et l’arrivée d’un nouveau professeur. Il faut instaurer un roulement continu parce que les Cambodgiens en général ont trop souffert de ces 25 années de guerre, plongés dans ce grand bond en arrière, et qu’ils cherchent à rattraper en seulement quelques années. Souvent ils ne voient pas l’intérêt d’apprendre et d’étudier dans un pays ou seul l’argent vite fait à une vraie valeur. C’est pourquoi il faut faire vite pour capturer ce qui pensent peut être différemment afin de ne pas perdre cette toute première génération.

Je pense aussi qu’il faut au moins deux à trois mois de cours pour faire un travail qui a un sens. Le pays, par son climat, ses difficultés matérielles et sa culture si éloignée et différente de la nôtre ne s’apprend pas en quinze jours. Il en est de même pour eux. Lorsque l’on arrive la première fois, on se retrouve complètement déstabilisé et il faut un certain temps pour trouver ses marques et se faire accepter.

Je résumerai en disant que le Cambodge s’ouvre à qui veut bien prendre le temps.

Je me souviens, pour preuve, que lors de mon arrivée, beaucoup de membres du personnel du CCF, m’avaient averti du manque d’assiduité des étudiants en général. On me disait que j’en aurais dix le premier jour et cinq ou six au bout d’une semaine, qu’ils n’étudiaient pas, n’avaient aucune curiosité et rechigneraient à la moindre difficulté... Modestement, j’ai commencé la classe avec dix élèves et nous avons fini à treize. Ceci n’est pas dû à mon talent pédagogique mais plus simplement à l’envie, l’honnêteté et la générosité avec laquelle on part en mission. Pendant toute la durée du séjour, j’ai rêvé à comment j’aurais voulu apprendre la photographie à l’école.

 

 

Nicolas Pascarel

Janvier 2001

 

 

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April 22, 2008

HO CHI MINH CITY - VIETNAM - ASIA

106° 39’ 7’’E  10° 49’ 8’’N

Ho Chi Minh City Vietnam

Tutto è cominciato un 30 aprile 1975. Avevo 9 anni e il telegiornale mostrava la presa di Saigon dall’esercito dei Vietcong. La guerra del Vietnam era definitivamente terminata. L’immagine più spettacolare di quest’avvenimento lontano era quello sul tetto della terrazza dell’ambasciata americana, dove delle persone sconvolte tentavano di arrampicarsi velocemente su una scala gettata nel vuoto da dove partivano gli ultimi elicotteri dell’US Navy. L’America fuggiva vergognosamente dal Vietnam dopo 15 anni di guerra. Era l’immagine forte di tutta una generazione cullata dalle droghe e dalla musica dei Rolling Stones. Era lo stesso anno in cui l’America dava sugli schermi I tre giorni del condor.  Era la mia infanzia, quella vissuta a Parigi negli anni settanta.

Negli anni seguenti abbiamo visto apparire dappertutto in Francia e persino nella mia classe, dei piccoli vietnamiti, i famosi boat people che lasciavano a migliaia il loro paese.

La Francia come ex colonia era il primo paese richiesto per recarsi in esilio.

Ho dovuto aspettare vent’anni per mettere piede sul suolo vietnamita. Era il 6 giugno del 1995. Saigon era diventata Ho Chi Minh city, ma non importa ! Il Vietnam aveva ormai perso il sostegno economico Sovietico ed era alla ricerca di valuta straniera, apriva quindi le sue porte al turismo. Sono rimasto lì due mesi, a spasso per il paese fino a dove era reso possibile: dalla punta sud del delta del Mekong al nord del confine con il Laos, dal Golfo del Siam fino al Mare della Cina.

Per la prima volta nella mia vita assaggiavo il caldo-umido tropicale, le interminabili piogge e inondazioni dei Monsoni, le ripetute febbri, la stanchezza dovuta al clima, gli animali selvaggi che mi seguivano fino alla mia stanza d’albergo, e al posto della prima colazione mangiavo nel palmo della mano del sale grosso per continuare la mia strada.

Era nella mia testa di giovane uomo, un viaggio nel tempo, quello di un’ Indocina misteriosa, quello dei miei nonni venuti alla ricerca, in questo posto così lontano dal mondo, di un angolo di paradiso spesso solo utopico, quello dei romanzi d’avventura di Graham Greene, quello della sensuale bellezza delle donne Tonkinesi dagli occhi a mandorla spesso declamata dai legionari in permesso. Era il Vietnam dei miei sogni di bambino che scorreva davanti ai miei occhi.

Sono passati dieci anni e ho ricevuto una lettera dal Consolato Generale di Francia che m’invitava ad andare a Ho Chi Minh ville per dare un corso di fotografia presso la Scuola delle Belle Arti della città. Eccomi passare dal ruolo di spettatore a quello d’attore, qualcosa di tanto sognato e sempre desiderato. Ed eccomi così velocemente sbarcare di nuovo in questa città, divenuta nel frattempo, una metropoli moderna e caotica di 8 milioni d’abitanti.

Sapendo del mio arrivo la pioggia batteva forte, il monsone autunnale era ormai un fedele compagno di viaggio che mi accompagnerà durante tutto il soggiorno rendendolo ancora più selvaggio, a volte, emozionante. L’Asia si vive con l’acqua.

Era il due settembre 2005, avevo 39 anni e non ero più un bambino. Il Vietnam era cresciuto tutto come me, non guardava più indietro con un po’ di nostalgia ma in avanti, verso un futuro di un piccolo dragone ben meritato.   

 

 

Nicolas Pascarel, Napoli 2 aprile 2008.

 

 

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April 20, 2008

HO CHI MINH CITY VIETNAM ASIE

106° 39’ 7’’E  10° 49’ 8’’N   

      Ho Chi Minh City Vietnam

 

 

Tout a commencé un 30 avril 1975. J’avais 9 ans et les actualités télévisées montraient la prise de Saigon par le Vietcong. La guerre du Vietnam était définitivement terminée. L’image la plus spectaculaire sur ces évènements lointains était celle de la terrasse, du toit de l’ambassade américaine où des gens affolés gravissaient à la hâte un escalier perché dans le vide d’où s’envolaient les derniers hélicoptères de l’US Navy. L’Amérique fuyait honteusement le Vietnam après quinze ans de guerre. C’était l’image forte de toute une génération bercée par les drogues plus ou moins douces et la musique des Rolling Stones. C’était la même année ou l’Amérique présentait sur les écrans Les trois jours du condor, c’était mon enfance, celle vécue à Paris en ce milieu des années 70.

Dans les années qui suivirent, on a vu apparaître partout en France et jusque dans ma classe, des petits vietnamiens, les fameux boat people qui quittaient par milliers leur pays. En tant qu’ancienne colonie, la France était le premier pays demandé dans la fuite à l’exil.

Il a fallu que j’attende presque 20 ans pour mettre les pieds sur le sol vietnamien. C’était le 6 juillet 1994. Saigon s’appelait désormais Ho Chi Minh Ville mais qu’importe. Le Vietnam à la recherche de devises étrangères et ayant perdu le soutien économique de l’URSS, ouvrait ses portes au tourisme. J’y suis resté deux mois, en me baladant partout où cela était rendu possible, de la pointe sud du delta du Mékong au nord frontalier avec le Laos, du Golfe de Siam à la Mer de Chine. Pour la première fois de ma vie, je goûtais à la chaleur humide des tropiques, aux pluies interminables et inondées de mousson, aux fièvres répétées, à la fatigue du climat, aux animaux sauvages qui vous suivent jusque dans votre chambre d’hôtel, à manger le matin en guise de petit déjeuner, du gros sel dans la paume de la main afin de continuer ma route. C’était, dans ma tète de jeune homme, un voyage dans le temps, celui de l’Indochine mystérieuse, celui de nos grands-parents venus bâtir un coin de paradis bien souvent utopique dans cette partie si éloignée du monde, celui des romans d’aventures comme ceux de Graham Greene, celui aussi de ces femmes Tonkinoises à la beauté sensuelle et aux yeux d’amandes souvent décrits par les légionnaires en permission. C’était le Vietnam de mes rêves d’enfant qui défilait devant mes yeux.

Onze ans passèrent et je reçus une lettre du Consulat Général de France m’invitant à venir à Ho Chi Minh Ville pour donner un cours de photo à l’Ecole des Beaux Arts de la ville. Me voilà passant du rôle de spectateur à celui d’acteur, celui toujours désiré et tant recherché. Aussitôt dit, aussitôt fait et me voici débarquant à nouveau dans cette ville devenue, entre temps, une métropole moderne et chaotique de 8 millions d’habitants. Sachant mon arrivée, la pluie s’est faite bien vivante, la mousson d’automne devenue depuis longtemps déjà une fidèle compagne de route m’accompagnera tout au long de mon séjour le rendant forcément plus sauvage, émouvant parfois. L’Asie se vit avec l’eau. C’était le 2 septembre 2005, j’avais 39 ans et je n’étais plus depuis longtemps un petit garçon. Le Vietnam avait mûri, tout comme moi, et ne regardait plus en arrière avec un brin de nostalgie mais vers l’avant, vers un futur de petit dragon bien mérité.

 

 

Nicolas Pascarel, Naples le 2 avril 2008.

 

 

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April 20, 2008

PHOTO WORKSHOP IN SOUTH EAST ASIA 2008

 

 

nicolas pascarel photo workshop in south east asia 2008

Passion for the photography and the mysterious atmospheres of the South East Asian. An adventurous and artistic binomial to live an experiment out of the common run. It is the possibility offered by Foto Asia, cultural organization which is occupied of promoting Asian photography in Europe and which works in Vietnam and Kampuchea by organizing photo workshops on the place even. Ten working days, plunged in photography through the courses of the immense rice plantations and the ancient temples hidden in the jungle, of the large incomparable rivers and their sunset. Saigon and Phnom Penh are the towns of permanence for the participants in the workshops (a maximum of 8 people) which they will have the possibility of visiting and of photographing, assisted and guided of 3 photo reporter professional in the most suggestive places of the two Asian countries. A new turn that Foto Asia proposes for this photographic and human adventure, that, in addition to the photo workshop, includes housing in three-star hotel in room doubles deluxe with breakfast, connection ADSL included, and a local telephone Sim phone cart to communicate with the working group. The information detailed on the workshop and the countries in which will be held the photo workshops is available on the site: www.fotoasia.org

 

 

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April 20, 2008

CAMBODIA ASIE

Sono nato a Parigi nel 1966. Mi ricordo molto bene di un'immagine della guerra del Vietnam.  Doveva essere una risaia dove c'era un carro armato americano. Mi ricordo benissimo di questa immagine, perché era a colori, erano le prime immagini che vedevo a colori. C'era questa risaia molto verde che era una cosa che io non conoscevo perché in Francia, in Europa non esistono le risaie, di quel verde. Nel colore della risaia tu sentivi l'umidità. Senti quel clima che in Europa non esiste. Ero piccolo e pensavo che il mondo fosse tutto come sotto casa mia.

Per me quella risaia era il paradiso.

Poi sono cresciuto e nel 1976 ero a scuola, avevo 10 anni e in classe, all’improvviso è entrato il direttore. Allora ci siamo alzati perché quando ero piccolo si faceva così, e lui disse: Ragazzi c’è una cosa importante che voglio dirvi”. “Domani arriveranno due ragazze. Vengono da una paese lontano che si chiama Cambogia”.

Queste ragazze erano Boat People.

Il direttore ci disse: “il paese di queste ragazze è in guerra e loro sono scappate. Il nostro paese ha ospitato migliaia di queste famiglie e una di loro vivrà nel nostro quartiere, a Montmartre. Queste due bambine sono sorelle e frequenteranno questa classe, chiedo a tutti vuoi di aiutarle.”

Questo forse è stato l'inizio del percorso che mi ha portato in Asia.  Qualcosa che ti rimane in testa e che ti fa prendere una strada. La tua strada.

 

 

 

Memoria degli anni della pioggia

 

L'aereo era appena passato sul delta del Mekong. Nel 2000 c'erano state le inondazioni più violente degli ultimi cinquant’anni. Non solo in Cambogia ma in tutta l'Indocina. Dall’oblò del piccolo aereo su cui viaggiavo vedevo acqua dappertutto e riuscivo a vedere solo il tetto d'oro del Palazzo Reale. Non vedevo la terra. Con i miei occhi cercavo le strade, le macchine, i monumenti e le case: un movimento o un’attività che mi restituisse l’idea di una città, ma quello che vedevo era invece acqua, solo acqua da per tutto. Una capitale completamente inondata, bagnata dal fiume Re, il Mékong che, esondando, aveva invaso l'intera città. Poi ho capito che l'aereo stava atterrando e ho pensato: questa è Phonm Penh! Pioveva e pioveva: era il monsone. Ho visto questo paesaggio allucinante. Una città dove non si vedeva niente. Sommersa.

Sull’aereo, c’erano soltanto quattro o cinque persone a bordo. Perchè cosi poco, mi sono chiesto. Io le guardavo. Cercavo di capire com’erano i cambogiani e chi erano.

All’epoca, c’era il vecchio aeroporto, quello costruito dai francesi. Era un capannone vecchio stile dove non c’era niente, né souvenir, né duty free. Non c’era neanche un aereo sulla pista ma solo due elicotteri russi da guerra, giganteschi e arrugginiti come tutto il resto che vedevo.

Era una città grigia, colore grigio povero. Già  sulla pista, sentivi l'umidità. Il caldo che ti fa uscire l'acqua dalla pelle. E cosi fu.

Cosi sono arrivato a Phnom Penh, capitale della Cambogia. In quel momento mi sono chiesto cosa stavo andando a fare in quel posto, che cosa fin dagli anni dell’infanzia aveva accompagnato e sostenuto fino a realizzarlo il desiderio di trovarmi in quest’angolo di mondo.

 

Sono arrivato in Cambogia con il compito di creare un dipartimento di fotografia all'Accademia Reale delle Belle Arti: era questa la mia missione.

Nella scuola, s’insegnava  pittura, scultura e danza tradizionale, le famose Apsara e nient’altro. Tre mesi prima, la direzione della scuola aveva mandato una richiesta di cooperazione all’Ambasciata di Francia, cercavano un fotografo che fosse disponibile a spostarsi per realizzare questo corso di fotografia. Così, per volontà e fortuna mi sono ritrovato, catapultato ad insegnare a 12 000 chilometri da casa mia. Ero un fotografo ma non avevo mai insegnato in vita mia. Non sapevo niente di come si fa o si prepara una lezione. Ero così contento, finalmente avevo la possibilità di andare lì. Ho accettato subito! In cambio, l’Ambasciata mi dava un biglietto aereo andata e ritorno, un visto business e una casa. Niente stipendio! Cosi sono partito da Parigi con questo contratto in mano. Una volta sul posto e dopo una settimana di corso, i servizi culturali dell’ Ambasciata mi hanno offerto 500 dollari al mese come stipendio. Mi hanno raccontato che volevano  una persona, veramente motivata ad essere lì, in un paese difficile dove tutto era da ricostruire. Per questo motivo, non era specificato un stipendio. Era in qualche modo, una prova d’esame. Per me, era la provvidenza.

I miei alunni erano 12 ragazzi, desiderosi e pronti ad imparare l’avventura della fotografia. Dodici ragazzi, nati quasi tutti dopo il regime di Pol Pot, pieni di vita, di curiosità e di rispetto.

Avevo 12 ragazzi e solo 6 macchine fotografiche vecchie e madide come il paese. Immediatamente mi sono reso conto che nella città regnava un vero e proprio deserto culturale: nessun cinema, nessun teatro e una sola biblioteca per una città di più di un milione di anime. Avevo davanti agl’ occhi degli studenti che non avevano mai avuto la possibilità di aprire un libro d’alcun genere, difatti studiavano su fotocopie. Il compito non era solo l’uso della macchina fotografica,  ma era riuscire a dare loro, la possibilità di guardare il mondo, di riempirlo di ricchezze e di curiosità, insomma utilizzare la macchina fotografica per alimentare un sogno, un desiderio.

 

Da quel umido arrivo sono passati sei anni.

 

In un giorno di dopo pioggia, grigio come la mia lontana Parigi, sono entrato per la prima volta all’interno del famigerato Tuol Sleng, S21, il luogo dove avvenivano le torture perpetrate dai Khmers Rossi.  Dentro le sue celle, ho avuto l’impressione di sentire ancora lo strazio delle urla dei prigionieri, dei bambini, delle donne e degli uomini, torturati ed uccisi.

Dopo, sono stati quattro anni di lavoro che ho passato a lavorare, in maniera quasi ossessionante, sul tema della memoria o sull’assenza di essa. Forse tutto ciò è accaduto la prima volta che mi sono fermato a leggere su quei muri i 10 comandamenti del regolamento carcerario ed è, fra il numero 4 e il numero 6 che credo sia maturata la mia convinzione di intraprendere questo lavoro:

- Dovete rispondere immediatamente alle mie domande senza perdere tempo a riflettere.

- Quando venite frustrati o ricevete delle scariche elettriche non dovete assolutamente piangere o gridare.

Tra quelle mura sono state uccise 18 000 persone, 2000 delle quali erano bambini.

 

Dopo 3 anni, 8 mesi e 20 giorni del regime di Pol Pot, 2 milioni di cambogiani mancavano all'appello su una popolazione di 7.500.000 abitanti. Una media di 1550 esecuzioni al giorno. La Cambogia, era divenuta il Kampuchéa Démocratique. Si era trasformata nella triste nazione del silenzio. Nello spazio di poche ore il paese intero era precipitato dentro quello che si chiamerà il "grande balzo all'indietro", per contrapposizione con la rivoluzione culturale cinese.

Le città furono svuotate e gli abitanti deportati verso le campagne. Tutto si fermò di colpo: niente più poste, telefoni, vetture, scuole, università, ospedali; niente che appartenesse a questo mondo esisteva più. Anche il denaro, cosa impensabile, sparì completamente. Sette milioni di schiavi finirono nelle mani di folli, criminali all'occorrenza. La regola era semplice: chi non lavorava, non mangiava. E cosi via.

L'Onu, riconoscendo la Cambogia dei Khmers Rossi come la sola sovrana, concesse ai rivoluzionari l'occasione sognata di commettere liberamente e legalmente l'irreparabile. Fu, in un qualche modo, la subdola autorizzazione di un genocidio.

Per l'Occidente intero, il messaggio era chiaro: la Cambogia per 18 lunghi anni sarebbe stata rappresentata politicamente e diplomaticamente dal suo leader e dal suo braccio destro, ovvero la coppia Pol Pot-Ieng Sary.

 

All’interno di S21 ho incontrato quello che è diventato il mio amico, Chey Sopheara, l’attuale direttore di Tuol Sleng. Era arrivato a S21 nel febbraio  del ’79, esattamente un mese dopo la presa di Phnom Penh da parte dei vietnamiti. Era tornato nella sua città che aveva abbandonato da studente, vittima delle deportazioni di massa con cui Pol Pot aveva allontanato forzatamente gli oltre due milioni di abitanti della capitale.

Neanche quattro anni più tardi, il giovane studente che era partito tornava vecchio, sul volto e nell’anima. In cambio di qualche grammo di riso aveva trovato lavoro a Tuol Sleng: il suo compito era ripulire l’edificio, portare via i corpi torturati rimasti all’interno delle celle, lavare, dal sangue versato, il marciapiede antistante, fare in modo che quell’odore di morte che impregnava le mura si attenuasse fino a sparire. Anche le foto-ritratto dovevano essere messe a posto: in ordine, per le famiglie dei morti, per quelli che ancora cercavano fra i dispersi.

Ho chiesto a Chey Sopheara se avesse raccontato ai suoi figli   oggi hanno la stessa età del padre quando fu deportato - l’orrore di quegli anni. Mi ha risposto: “Sì, l’ho fatto, ma non ci credono”.

Non ci credono perché da quei tristi avvenimenti sono passati esattamente trent’anni, il tempo di una generazione e il 60% dell’attuale popolazione della Cambogia ha oggi, meno di trent'anni. Loro non c’erano e nessuno gli ha davvero mai spiegato cosa sia realmente accaduto in quel periodo d’orrore. Sui banchi di scuola e all’università si studia la  mitica storia dell’Impero Khmer; neanche una parola su Pol Pot, non un rigo sulla lunga guerra iniziata nel 1970 e conclusasi con gli Accordi di Parigi del ‘93. Un vuoto, un tunnel di 23 anni che ha cambiato un’ intera società, derubandone la sua storia e la sua identità.

Ogni tanto mi capita ancora di fermarmi a pensare se Pol Pot  sia davvero riuscito, nei suoi pochi anni di potere, a cambiare un intero paese: la Cambogia, le sue anime, i suoi luoghi sono ancora abitati da fantasmi palpabili.

Quasi tutti i capi Khmer rossi , a cominciare dal  famoso Ieng Sary, numero due del regime che vive grassamente e indisturbato, in ville lussuose tra la capitale Phonm Penh e la viziosa Pailin, il tutto sotto gli occhi di tutti. E come lui, ci sono tanti.

Allora mi tornano le parole di Chey Sopheara:

“A volte…a volte sogno di vivere ancora nella foresta, vestito d’abiti neri e ci sono ancora i Khmers Rossi che arrivano per giustiziarci e noi siamo di nuovo costretti ad abbandonare la nostra casa. Ecco, non possiamo dimenticare, non si può dire “dimenticare il passato”, No. E ora chi è responsabile?  Più di due milioni di morti. Senza giustizia, senza tribunale. Avere un processo è molto importante”.

 

Durante questi quattro anni in Cambogia ho lavorato sulle conseguenze dirette ed indirette della guerra in questo paese e sulle sue visibili ripercussioni sull’odierna società cambogiana. Ho scelto di raccontare il presente di questo paese nella sua versione più dura e delicata. Le immagini sono state tutte realizzate di notte al seguito degli educatori della Ong Krousar Thmey (Nuova Famiglia ndr) i quali si occupano della reintegrazione dei bambini di strada. Alcuni di essi sono semplicemente abbandonati, altri costretti dai loro stessi genitori a mendicare, a rubare,  e coloro che  rientrano  a mani vuote vengono picchiati. Questi bambini sono legati ad ogni sorta di traffico: prostituzione, droga, gang. Spesso, sotto una pioggia battente, siamo andati tentoni alla ricerca di questi bambini. Li abbiamo ascoltati, abbiamo dato loro del pane e tagliato le unghie. La maggior parte dei bambini che abbiamo incontrato sniffano colla, mentre altri s’iniettano oppio per combattere fame e fatica. Abbiamo insistito perché venissero con noi presso il centro d’accoglienza di Krousar Thmey, dove avrebbero potuto ricevere educazione, condizioni igieniche appropriate e, per il futuro, una preparazione professionale, insomma una vita normale, quasi normale.  E’ difficile però convincere un bambino di piegarsi ad una disciplina dal momento che vive libero per la strada. I genitori sono egualmente un handicap, poiché nella maggior parte dei casi sono proprio i bambini che permettono loro di vivere.

Qualche volta i piccoli vengono a passare due o tre giorni al centro, ma poi tornano sulla strada: per voglia di libertà o per la minaccia di un capo gang. Ricordo una notte di monsoni in cui, partiti in due su un motorino, l’educatore ed io siamo rientrati all’alba in quattro dopo aver “impilato” due bambini sulla sella.

 

Le foto che ho realizzato sono la testimonianza astratta e reale di tre storie che viaggiano tra il passato, il presente e le speranze future di questa società. Ho cercato di percorrere a ritroso il tempo di questa memoria perduta, il tempo dei ricordi che si mischia alla realtà a noi più vicina per fondersi nel tramonto che esplode sulle rive del Mekong, là dove le anime rinascono ed invadono il cuore dei viventi.

Mi sono reso conto che l'unico posto dove la gente cammina era sul lungo fiume.

Il Mekong è l’essenza stessa del paese, senza acqua, la Cambogia non potrebbe esistere.

Lì,  per la prima volta ho visto i cambogiani sedersi a riflettere. Ho visto per la prima volta sul fiume una coppia di giovani innamorati, darsi la mano. Sono i momenti più intimi di una storia d’amore vissuta pubblicamente in Asia. Il Mekong è un momento di pace, forse l’unico in una città dove la pace non esiste. Sul Mekong la gente mi è sembrata più bella, più serena con se stessa. Per me è stato evidente che questo era il futuro del mio racconto. Era il momento di riflessione per tutti i cambogiani. I Khmer prendono gli uccellini che sono chiusi in gabbia e vanno verso il fiume per liberarli. Gli uccellini rappresentano i  desideri e i ricordi che vanno via verso il villaggio d’origine ovvero il luogo dove sono nati  e dove sono  rimasti i propri genitori che per molti sono morti durante la guerra. La città non esiste per i cambogiani, è stata creata dai francesi. Tutti i cambogiani vengono dalla provincia, dalle risaie e sentono il fiume come le loro origini, le loro anime.

Fin dai primi giorni ho avvertito questo lavoro come un’urgenza, maturata nel buio in cui, a distanza di trenta anni, la Cambogia brancola ancora. Mi sembra importante d’ insistere su una memoria che ha tanta difficoltà ad esprimersi. La Cambogia di oggi è diventato un luogo spesso surreale, a volte misterioso e ancora popolato da lontani fantasmi. Per rendersi conto, basta pensare che il paese è passato in dodici pochi anni (1994-2006), dal regime di Pol Pot dove ogni forma di pensiero, religione diversità veniva annullata e punita;  al  nuovo paradiso del turismo sessuale. Un paese oggi, completamente sconvolto dai dollari del turismo o meglio da quelli derubati alle grandi organizzazioni internazionali. La Cambogia, sconvolta dall’ Aids,  dalla corruzione di tutti e della legge del più forte, sconvolta dai bianchi delle ONG con stipendi d’oro: la Cambogia è surreale in questo senso.

 

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April 20, 2008

HO CHI MINH CITY VIETNAM ASIE

106° 39’ 7’’E  10° 49’ 8’’N

Ho Chi Minh City Vietnam

 

 

Everything started a 30th April 1975. I was 9 and the news on TV showed the falling of Saigon by the Vietcong. The war in Vietnam came definitively to an end. The most spectacular image about these far away events was that of the terrace, the roof of the USA Embassy with people clambering up a ladder dangling in the air where the last US Navy helicopters were leaving from. America was running away from Vietnam after 15 years of war. It was the strong image of a whole generation lulled by drugs -more or less light- and by the music of the Rolling Stones. It was the same years in which America presented on the screens The Three days of the condor, it was my infancy, which I spent in Paris in the middle of the 70s.

In the years thereafter, everywhere in France and also in my school, Vietnamese children appeared, the famous boat people that left their country by thousands. Being a former colony of France, this was the first country requested for their exile.

I had to wait until I was 20 to set foot in Vietnam. It was the 6th July 1995. Now Saigon was Ho Chi Minh City but this doesn’t matter. Vietnam was looking for foreign currencies, and, having lost the URSS economic support, was opening its doors to the tourism. I stayed there for two months, wandering everywhere it was possible, from the South, the delta of the River Mekong, to the North, the border with Laos, from the Siam Gulf to the China Sea. For the first time in my life I left the damp warm climate of the Tropic, the endless rains and floods of the wet Monsoon, the repeated fevers, the weariness of the climate, the wild animals that follow you into your hotel rooms, eating for breakfast some coarse salt in the palm to continue my way.

It was, into my young head, a voyage in the time, that of the mysterious Indochina, that of our grandparents who came and build a secluded spot of Paradise very often a utopia in this part of the world so far away, that of the adventure novels like Graham Greene’s ones, and also that of the sensual beauty of the almond-eyed Tonkinese women described by the legionary on leave. It was the Vietnam of my dreams as a child that was running in front of my eyes.

Ten years after I receive a letter from the General Consulate of France inviting me to Ho Chi Minh City to make a workshop of photography at the Art School of the town. There I am, changing my role from the one of a witness to the one of an actor, always desired and looked for. No sooner said than done here I am again in this town that changed, during these years, into a modern and chaotic metropolis of 8 million inhabitants. Knowing that I was coming there, it started raining heavily, the wet monsoon, faithful fellow traveller of long time ago, will follow me during my whole staying, making it wilder, sometime touching. You live Asia together with water.

It was 2nd September 2005, I was 39 and since a long time I wasn’t a little boy anymore. Vietnam was grown ripe, as I was, and it wasn’t looking back with a touch of melancholy anymore, but it was looking forward, to a well deserved future of little dragon.

 

Nicolas Pascarel

www.fotoasia.org

 

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April 20, 2008

photo workshop in cambodia 2008/ stage photo au vietnam et au cambodge

Foto Asia est une organisation culturelle qui favorise l'échange entre les photographes de l'Europe vers l’Asie du Sud Est et vice versa. Foto Asia a pour but de favoriser et réaliser des expositions de jeunes photographes asiatiques en Europe. Foto Asia organise  des ateliers  photo dans le Sud sud-est Asiatique avec Nicolas Pascarel.

 

WORKSHOP PHOTO A HO CHI MINH VILLE, VIETNAM

10 jours et 10 nuits en full immersion

Le workshop est adressé à un maximum de 8 personnes. 10 jours et 10 nuits à Ho Chi Minh Ville (ex-Saigon) et Hoi An au Vietnam. Le workshop s’adresse à tous et à toutes, sans distinction d’âge. Les participants peuvent photographier en noir et blanc ou en couleur, en argentique ou en numérique. Seul le résultat du travail accompli compte. La photographie de reportage et le photo journalisme sont les thèmes centraux de l’étude qui sera développée pendant toute la durée du séminaire. Les participants devront construire une histoire photographique d’une vingtaine d’images sur un sujet défini durant l’atelier. Le reportage sera fait de sorties sur le terrain à la manière de Cartier Bresson. Le travail s’effectuera de jour comme de nuit, à l’aube ou bien au coucher du soleil. Les photos produites seront sélectionnées et élaborées pour la construction d’une histoire personnelle. Dans l’intérêt du workshop, il est important qu’un groupe se constitue, qu’un travail en réseau s’opère. Une synergie commune entre les participants et moi-même est le centre d’une certaine approche de la photographie, basée sur des rapports humains fondamentaux. C’est ce que j’ai réalisé au Cambodge, en Thaïlande et au Vietnam au cours de ces dix dernières années. Je souhaite que les participants soient tous logés dans le même hôtel, afin qu’ils vivent au mieux et au plus fort, malgré les différences de vie et de style photographique, l’unité d’un groupe ayant un objectif et une passion communs. L’ensemble du reportage photo à lieu à Ho Chi Minh Ville. Trois jours sont également prévus en province, dans la ville coloniale de Hoi An.

Programme du workshop :

Tarif : 1300 euro. Ce prix prend en compte le workshop photo ainsi que l’hébergement avec petit déjeuner et connection ADSL pendant toute la durée du séjour et la Sim carte Mobiphone.

Nicolas Pascarel est présent 24 heures sur 24 pendant toute la durée du workshop. Il est assisté de Tinnakorn Nugul, jeune photographe Thaïlandais et de Monsieur Lé, professeur de photographie à l’école des beaux arts de Ho Chi Minh ville. Chaque jour, une sélection des photographies réalisées dans la journée sera visionnée et commentée.

Nicolas Pascarel, Tinnakorn Nugul et Monsieur Lé parlent couramment les langues suivantes : français, italien, anglais, espagnol, thaï et Chinois.

 

 

Les photographes seront logés en chambre double au Number One Hotel. Cet hôtel trois étoiles est situé en plein coeur de Saigon, dans la vieille ville à l’architecture coloniale française, juste en face de La Cathédrale Notre Dame et du Palais de la Réunification. Le quartier est très calme et entouré de jardins, Il servit de décor au film L’Amant de Marguerite Duras. Un endroit idéal pour se reposer après une journée de reportage photographique. Une terrasse en plein air avec vue sur la ville est également à votre disposition. Chaque chambre est équipée d’une connection ADSL, très facile à utiliser avec votre ordinateur portable afin de travailler et de rester en contact avec vos proches.

 

Le workshop au Cambodge a les mêmes caractéristiques que celui du Vietnam. Le parcours est le suivant : 5 jours pleins dans la ville de Phnom Penh, 2 jours sur la cote sud du Cambodge proche de la frontière vietnamienne à la découverte de Kampot, Kep et Le Bocor et 3 jours dans la ville de Siem Reap sur les temples d’Angkor après avoir traversé le fleuve Mékong.

Nicolas Pascarel est né à Paris en 1966 et exerce le métier de reporter photographe depuis 20 ans. Après les années 90, passées entre Naples et La Havane à Cuba, il décide de retourner à ses premières amours, dans le Sud-Est asiatique, avec l’intention d’y travailler longuement. Il y réalise de nombreux workshops : en 2000, 2002 et 2003 à l’Académie Royale des Beaux-Arts de Phnom Penh au Cambodge ; en 2002, 2003, 2006, 2007 et 2008 dans la ville de Chiang Rai en Thaïlande ; en 2005 et 2006 à Ho Chi Minh Ville au Vietnam. Il travaille à plusieurs reprises avec des ONG cambodgiennes sur les enfants abandonnés de la rue à Phnom Penh. Ses travaux personnels ont été exposés en France, Italie, Espagne, Allemagne, Hollande, Cuba, Vietnam, Cambodge, Chine et en Thaïlande. Il a, par ailleurs, réalisé au Cambodge en 2004 un documentaire intitulé « Durant la pluie ». Son travail sur la mémoire est exposé en permanence au Musée du Génocide de Tuol Sleng S21 à Phnom Penh.

Dates 2008 :

Workshop Cambodge du jeudi 3 juillet au samedi 12 juillet inclus

Workshop Vietnam du vendredi 1 aout au dimanche 10 aout inclus

Workshop Vietnam du lundi 8 décembre au mercredi 17 décembre inclus

 

Info  Fotoasia:

www.fotoasia.org

fotoasiaworkshop@hotmail.com

 

Nicolas Pascarel

www.pascarel.com

 

 

 

 

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March 15, 2008

www.fotoasia.org / photo worksop in south east asia

Passion for the photography and the mysterious atmospheres of the South East Asian. An adventurous and artistic binomial to live an experiment out of the common run. It is the possibility offered by Foto Asia, cultural organization which is occupied of promoting Asian photography in Europe and which works in Vietnam and Kampuchea by organizing photo workshops on the place even. Ten working days, plunged in photography through the courses of the immense rice plantations and the ancient temples hidden in the jungle, of the large incomparable rivers and their sunset. Saigon and Phnom Penh are the towns of permanence for the participants in the workshops (a maximum of 8 people) which they will have the possibility of visiting and of photographing, assisted and guided of 3 photo reporter professional in the most suggestive places of the two Asian countries. A new turn that Foto Asia proposes for this photographic and human adventure, that, in addition to the photo workshop, includes housing in three-star hotel in room doubles deluxe with breakfast, connection ADSL included, and a local telephone sim phone cart to communicate with the working group. The information detailed on the workshop and the countries in which will be held the photo workshops is available on the site: www.fotoasia.org

Info: fotoasiaworkshop@hotmail.com

 

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