Memoria degli anni della pioggia

 

 

L'aereo era appena passato sul delta del Mekong. Nel 2000 c'erano state le inondazioni più violente degli ultimi 50 anni. Non solo in Cambogia ma in tutta l'Indocina. Dall’oblò del piccolo aereo su cui viaggiavo vedevo acqua dappertutto e riuscivo a vedere solo il tetto d'oro del Palazzo Reale. Non vedevo la terra. Con i miei occhi cercavo le strade, le macchine, i monumenti e le case: un movimento o un attività che mi restituisse l’idea di una città, ma quello che vedevo era invece acqua, solo acqua da per tutto. Una capitale completamente inondata, bagnata dal fiume Re, il Mékong che, esondando, aveva invaso l'intera città. Poi ho capito che l'aereo stava atterrando e ho pensato: questa è Phonm Penh! Pioveva e pioveva: era il monsone. Ho visto questo paesaggio allucinante. Una città dove non si vedeva niente. Sommersa..

C’erano due o tre persone a bordo. Io le guardavo. Cercavo di capire com’erano i cambogiani. Come si muovevano. Che fisico avevano. Chi erano.

All’epoca, c’era il vecchio aeroporto, quello costruito dai francesi. Adesso è diverso, l'aeroporto è moderno. Era un capannone dove non c’era niente, né souvenir, né duty free. non c’era neanche un aereo sulla pista ma solo due giganti elicotteri russi di guerra, arrugginiti come tutto il resto.

Era una città grigia e povera. Già  nell'aereo sentivi l'umidità. Il caldo che ti fa uscire l'acqua dalla pelle. E cosi fu.

Cosi sono arrivato a Phnom Penh, capitale della Cambogia. In quel momento mi sono chiesto cosa stavo andando a fare in quel posto, che cosa negli anni precedenti aveva accompagnato e sostenuto fino a realizzarlo il desiderio di trovarmi in quest’angolo di mondo. Un po’ era il “fantasma” francese, l'Indocina che mi faceva tanto sognare nei racconti che facevano i grandi.

 

Sono arrivato in Cambogia con il compito di creare un dipartimento di fotografia all'Accademia Reale delle Belle Arti: era questa la mia missione. Nella scuola, s’insegnava solo pittura, scultura e danza tradizionale. I miei alunni erano 12 ragazzi, desiderosi e pronti ad imparare l’avventura della fotografia. Dodici ragazzi, nati quasi tutti dopo il regime di Pol Pot, pieni di vita,  curiosità e rispetto.

Avevo 12 ragazzi e 6 macchine fotografiche vecchie e madide come il paese. Immediatamente mi sono reso conto che nella città regnava un vero e proprio deserto culturale: nessun cinema, nessun teatro e una sola biblioteca per una città di più di un milione di anime. Avevo davanti gli occhi degli studenti che non avevano mai avuto la possibilità di aprire un libro d’alcun genere, difatti studiavano su fotocopie. Il compito non era solo l’uso della machina fotografica, anzi, ma come dare a loro la possibilità di guardare il mondo, di riempirlo di ricchezze e di curiosità, insomma, il modo per alimentare un sogno, un desidero.

 

Da quell’ umido arrivo sono passati sette anni.

Sono entrato, un giorno di dopo-pioggia, un giorno grigio come il cielo della mia lontana Parigi all’interno del famigerato Tuol Sleng, S21, il luogo dove avvenivano le torture perpetrate dai Khmers Rossi e, dentro le sue celle, mi è sembrato di poter sentire ancora lo strazio delle urla dei prigionieri, dei bambini, delle donne e degli uomini, torturati ed uccisi.

Sono stati sei anni di lavoro che ho impiegato a lavorare, in maniera quasi ossessionante, sul tema della memoria o, meglio, sull'assenza di essa. Forse tutto ciò è accaduto la prima volta che mi sono soffermato a leggere su quelle mura i 10 comandamenti del regolamento carcerario ed è fra il numero 4 ed il numero 6 che credo sia maturata la mia convinzione di intraprendere questo lavoro:

 

- Dovete rispondere immediatamente alle mie domande senza perdere tempo a riflettere.

- Quando venite frustrati o ricevete delle scariche elettriche non dovete assolutamente piangere.

 

Tra quelle mura sono state uccise 18 000 persone, 2000 delle quali erano bambini.

  

Dopo 3 anni, 8 mesi e 20 giorni del regime di Pol Pot, 2 milioni di cambogiani mancavano all'appello su una popolazione di 7.500.000 abitanti, una media di 1550 esecuzioni al giorno. La Cambogia, era divenuta il Kampuchéa Démocratique, e si era trasformata nella triste nazione del silenzio. Nello spazio di poche ore il paese intero era precipitato dentro quello che si chiamerà il "grande balzo all'indietro", per contrapposizione con la rivoluzione culturale cinese.

Le città furono svuotate e gli abitanti deportati verso le campagne. Tutto si fermò di colpo: niente più poste, telefoni, vetture, scuole, università, ospedali; niente che appartenesse a questo mondo esisteva più. Anche il denaro, cosa impensabile, sparì completamente. Sette milioni di schiavi finirono nelle mani di folli, criminali all'occorrenza. La regola era semplice: chi non lavorava, non mangiava. E cosi via.

L'Onu, riconoscendo la Cambogia dei Khmers Rossi come la sola sovrana, concesse ai rivoluzionari l'occasione sognata di commettere liberamente e legalmente l'irreparabile. Fu, in un qualche modo, la subdola autorizzazione di un genocidio.

Per l'Occidente intero, il messaggio era chiaro: la Cambogia per 18 lunghi anni sarebbe stata rappresentata politicamente e diplomaticamente dal suo leader e dal suo braccio destro, ovvero la coppia Pol Pot-Ieng Sary.

All’interno di S21 ho incontrato quello che è diventato il mio amico Chey Sopheara, l’attuale direttore di Tuol Sleng. Era arrivato a S21 nel febbraio 79, esattamente un mese dopo la presa di Phnom Penh da parte dei vietnamiti. Tornato nella sua città che aveva abbandonato da studente, vittima della deportazione di massa con cui Pol Pot aveva allontanato forzatamente gli oltre due milioni di abitanti della capitale.

 

Neanche quattro anni più tardi, il giovane studente che era partito tornava vecchio, sul volto e nell’anima. In cambio di qualche grammo di riso aveva trovato lavoro a Tuol Sleng: il suo compito era ripulire l’edificio, portare via i corpi torturati rimasti all’interno, lavare, dal sangue versato, il marciapiede antistante, fare in modo che quell’odore di morte che impregnava le mura si attenuasse fino a sparire. Anche le foto-ritratto dovevano essere messe a posto: in ordine, per le famiglie dei morti, per quelle che ancora cercavano fra i dispersi.

Ho chiesto a Chey Sopheara se avesse raccontato ai suoi figli – che oggi hanno la stessa età del padre quando fu deportato - l’orrore di quegli anni. Mi ha risposto: “Sì, l’ho fatto, ma non ci credono”.

Non ci credono perché da quei tristi avvenimenti sono passati esattamente trent’anni, il tempo di una generazione, e il 60% dell’attuale popolazione della Cambogia ha oggi meno di trentanni. Loro non c’erano e nessuno gli ha davvero mai spiegato cosa sia realmente accaduto in quel periodo d’orrore. Sui banchi di scuola e all’Università si studia la  mitica storia dell’Impero Khmer; neanche una parola su Pol Pot, non un rigo sulla lunga guerra iniziata nel 1970 e conclusasi con gli Accordi di Parigi del 93. Un vuoto, un tunnel di 23 anni che ha cambiato, derubando della sua storia ed identità, l’intera società di questo paese. Il paese del sorriso come lo chiamavano i francesi.

Ogni tanto mi capita ancora di fermarmi a pensare se Pol Pot non sia davvero riuscito nei suoi pochi anni di potere a cambiare un intero paese: la Cambogia, le sue anime, i suoi luoghi sono abitati da fantasmi palpabili.

Il processo Onu ai capi dei Khmers Rossi che dovrebbero fare luce e giustizia sulla tragica oscurità di quegli anni continua a subire ingiustificati rinvii. Se ne parlato per 2002, poi 2003, 2004 e cosi via, niente processo. Ieng Sary, il numero due del regime di Pol Pot, vive ancora indisturbato in Cambogia, in ville lussuose tra la capitale Phonm Penh e la viziosa Pailin, sotto gli occhi di un popolo che ha dimenticato di ricordare.

Poi mi tornano le parole di Chey Sopheara:

“A volte…a volte sogno di vivere ancora nella foresta, vestito d’abiti neri e ci sono ancora i Khmers Rossi che arrivano per giustiziarci e noi siamo di nuovo costretti ad abbandonare la nostra casa. Ecco, non possiamo dimenticare, non si può dire “dimenticare il passato”, No. E ora chi è responsabile?  Più di due milioni di morti. Senza giustizia, senza tribunale. Avere un processo è molto importante”.

Durante questi miei quattro anni in Cambogia ho lavorato sulle conseguenze dirette ed indirette della guerra in questo paese e sulle sue macroscopiche ripercussioni sull’odierna società cambogiana. Ho scelto di raccontare il presente di questo paese nella sua versione più dura e delicata. Le immagini sono state tutte realizzate di notte al seguito degli educatori della Ong Krousar Thmey (Nuova Famiglia ndr) che si occupano della reintegrazione dei bambini di strada. Alcuni di essi sono semplicemente abbandonati, altri costretti dai loro stessi genitori a mendicare o rubare e  quelli che  rientrano  a mani vuote vengono picchiati. Questi bambini sono legati ad ogni sorta di traffico: prostituzione, droga, gang. Spesso, sotto una pioggia battente, siamo andati tentoni alla ricerca di questi bambini. Li abbiamo ascoltati, abbiamo dato del pane e tagliato le unghie. La maggior parte dei bambini che abbiamo incontrato sniffano colla, mentre altri s’iniettano oppio per combattere fame e fatica. Abbiamo insistito perché venissero con noi presso il centro d’accoglienza di Krousar Thmey, dove avrebbero potuto ricevere l’educazione, condizioni igieniche appropriate e, per il futuro, una preparazione professionale, insomma una vita normale, quasi normale. Pero è difficile convincere un bambino che non vede interesse di piegarsi ad una disciplina dal momento che vive libero per la strada. I genitori sono egualmente un handicap, poiché nella maggior parte dei casi sono proprio i bambini che permettono loro di vivere.

Qualche volta i piccoli vengono a passare due o tre giorni al centro, ma poi tornano sulla strada: per voglia di libertà o per la minaccia di un capo gang. Ricordo una notte di monsoni in cui, partiti in due su un motorino, l’educatore ed io siamo rientrati all’alba in quattro dopo aver “impilato” due bambini sulla sella.

 

Le foto che ho realizzato sono la testimonianza astratta e reale di tre storie che viaggiano sul tempo del passato, fino al presente ed alle prospettive future di questa società. Ho cercato di percorrere a ritroso il tempo di questa memoria perduta, il tempo dei ricordi che si mischia alla realtà a noi più vicina per fondersi nel tramonto che esplode sulle rive del Mekong, là dove le anime rinascono ed invadono il cuore dei viventi.

Mi sono reso conto che l'unico posto dove la gente cammina era sul lungo fiume. Il Mekong è l’essenza stessa del paese, senza acqua, la Cambogia non potrebbe esistere.

Li,  per la prima volta ho visto i cambogiani sedersi a riflettere .

Ho visto per la prima volta una coppia di giovani innamorati darsi la mano. Sono i momenti più intimi di una storia d’amore vissuta pubblicamente in Asia. Il Mekong è un momento di pace, forse l’unico in una città dove la pace non esiste. Sul Mekong la gente mi è sembrata più bella, più serena con se stessa,. Per me è stato evidente che questo era il futuro del mio racconto. Era il momento di riflessione per tutti i cambogiani. Era l’identità stessa del popolo come  per esempio la liberazione degli uccellini. I cambogiani prendono gli uccellini che sono chiusi in gabbia e vanno verso il fiume per liberarli. Questi rappresentano i  desideri che vanno via verso il villaggio d’origine, il luogo dove sono nati  e dove sono  rimasti i propri genitori o  che forse sono morti  durante la guerra. La città non esiste per i cambogiani, è stata creata dai francesi. Tutti i cambogiani vengono dalla provincia, dalle risaie e guardano il fiume come alle loro origini, alle loro anime.

 

Fin dai primi giorni ho avvertito questo lavoro come un’urgenza, maturata nel buio in cui, a distanza di trent'anni, la Cambogia brancola ancora e continuerà a farlo fin tanto che una nuova generazione non prenderà il potere. Spetterà a lei spazzare via i vecchi demoni, giudicando tutti coloro che hanno partecipato alla fabbricazione perfetta dell'orrore. Sarebbe il momento che l'occidente intero, paesi ricchi e poveri che siedono intorno ad un tavolo ci dicessero ad alta voce: noi c'eravamo, noi abbiamo visto, non abbiamo fatto nulla e, peggio ancora, noi abbiamo sostenuto e difeso l'indifendibile.

Non vedo altre soluzioni per far rinascere questo paese e restituire ad esso la speranza di ricostruirsi una vita.

In occasione del trentesimo anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi nella capitale – era il 17 aprile 1975 – mi è sembrato importante che i cambogiani stessi condividessero questo progetto, facendoli partecipare attivamente al loro dovere di memoria.

Per queste ragioni, il lavoro è stato riunito ed è stata allestito in una mostra che ha avuto luogo il 17 aprile 2005, 30 anni dopo, proprio all’interno del Museo del genocidio di Tuol Sleng, a S21 in collaborazione con il Centro culturale francese di Phonm Penh, il Ministero della cultura cambogiana e dell’ Ambasciata di Francia.

 

Nicolas Pascarel, fotografo.

www.fotoasia.org