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Ho Chi Minh City Vietnam

Tutto è cominciato un 30 aprile 1975. Avevo 9 anni e il telegiornale mostrava la presa di Saigon dall’esercito dei Vietcong. La guerra del Vietnam era definitivamente terminata. L’immagine più spettacolare di quest’avvenimento lontano era quello sul tetto della terrazza dell’ambasciata americana, dove delle persone sconvolte tentavano di arrampicarsi velocemente su una scala gettata nel vuoto da dove partivano gli ultimi elicotteri dell’US Navy. L’America fuggiva vergognosamente dal Vietnam dopo 15 anni di guerra. Era l’immagine forte di tutta una generazione cullata dalle droghe e dalla musica dei Rolling Stones. Era lo stesso anno in cui l’America dava sugli schermi I tre giorni del condor.  Era la mia infanzia, quella vissuta a Parigi negli anni settanta.

Negli anni seguenti abbiamo visto apparire dappertutto in Francia e persino nella mia classe, dei piccoli vietnamiti, i famosi boat people che lasciavano a migliaia il loro paese.

La Francia come ex colonia era il primo paese richiesto per recarsi in esilio.

Ho dovuto aspettare vent’anni per mettere piede sul suolo vietnamita. Era il 6 giugno del 1995. Saigon era diventata Ho Chi Minh city, ma non importa ! Il Vietnam aveva ormai perso il sostegno economico Sovietico ed era alla ricerca di valuta straniera, apriva quindi le sue porte al turismo. Sono rimasto lì due mesi, a spasso per il paese fino a dove era reso possibile: dalla punta sud del delta del Mekong al nord del confine con il Laos, dal Golfo del Siam fino al Mare della Cina.

Per la prima volta nella mia vita assaggiavo il caldo-umido tropicale, le interminabili piogge e inondazioni dei Monsoni, le ripetute febbri, la stanchezza dovuta al clima, gli animali selvaggi che mi seguivano fino alla mia stanza d’albergo, e al posto della prima colazione mangiavo nel palmo della mano del sale grosso per continuare la mia strada.

Era nella mia testa di giovane uomo, un viaggio nel tempo, quello di un’ Indocina misteriosa, quello dei miei nonni venuti alla ricerca, in questo posto così lontano dal mondo, di un angolo di paradiso spesso solo utopico, quello dei romanzi d’avventura di Graham Greene, quello della sensuale bellezza delle donne Tonkinesi dagli occhi a mandorla spesso declamata dai legionari in permesso. Era il Vietnam dei miei sogni di bambino che scorreva davanti ai miei occhi.

Sono passati dieci anni e ho ricevuto una lettera dal Consolato Generale di Francia che m’invitava ad andare a Ho Chi Minh ville per dare un corso di fotografia presso la Scuola delle Belle Arti della città. Eccomi passare dal ruolo di spettatore a quello d’attore, qualcosa di tanto sognato e sempre desiderato. Ed eccomi così velocemente sbarcare di nuovo in questa città, divenuta nel frattempo, una metropoli moderna e caotica di 8 milioni d’abitanti.

Sapendo del mio arrivo la pioggia batteva forte, il monsone autunnale era ormai un fedele compagno di viaggio che mi accompagnerà durante tutto il soggiorno rendendolo ancora più selvaggio, a volte, emozionante. L’Asia si vive con l’acqua.

Era il due settembre 2005, avevo 39 anni e non ero più un bambino. Il Vietnam era cresciuto tutto come me, non guardava più indietro con un po’ di nostalgia ma in avanti, verso un futuro di un piccolo dragone ben meritato.   

 

 

Nicolas Pascarel, Napoli 2 aprile 2008.