Sono nato a Parigi nel 1966. Mi ricordo molto bene di un'immagine della guerra del Vietnam.  Doveva essere una risaia dove c'era un carro armato americano. Mi ricordo benissimo di questa immagine, perché era a colori, erano le prime immagini che vedevo a colori. C'era questa risaia molto verde che era una cosa che io non conoscevo perché in Francia, in Europa non esistono le risaie, di quel verde. Nel colore della risaia tu sentivi l'umidità. Senti quel clima che in Europa non esiste. Ero piccolo e pensavo che il mondo fosse tutto come sotto casa mia.

Per me quella risaia era il paradiso.

Poi sono cresciuto e nel 1976 ero a scuola, avevo 10 anni e in classe, all’improvviso è entrato il direttore. Allora ci siamo alzati perché quando ero piccolo si faceva così, e lui disse: Ragazzi c’è una cosa importante che voglio dirvi”. “Domani arriveranno due ragazze. Vengono da una paese lontano che si chiama Cambogia”.

Queste ragazze erano Boat People.

Il direttore ci disse: “il paese di queste ragazze è in guerra e loro sono scappate. Il nostro paese ha ospitato migliaia di queste famiglie e una di loro vivrà nel nostro quartiere, a Montmartre. Queste due bambine sono sorelle e frequenteranno questa classe, chiedo a tutti vuoi di aiutarle.”

Questo forse è stato l'inizio del percorso che mi ha portato in Asia.  Qualcosa che ti rimane in testa e che ti fa prendere una strada. La tua strada.

 

 

 

Memoria degli anni della pioggia

 

L'aereo era appena passato sul delta del Mekong. Nel 2000 c'erano state le inondazioni più violente degli ultimi cinquant’anni. Non solo in Cambogia ma in tutta l'Indocina. Dall’oblò del piccolo aereo su cui viaggiavo vedevo acqua dappertutto e riuscivo a vedere solo il tetto d'oro del Palazzo Reale. Non vedevo la terra. Con i miei occhi cercavo le strade, le macchine, i monumenti e le case: un movimento o un’attività che mi restituisse l’idea di una città, ma quello che vedevo era invece acqua, solo acqua da per tutto. Una capitale completamente inondata, bagnata dal fiume Re, il Mékong che, esondando, aveva invaso l'intera città. Poi ho capito che l'aereo stava atterrando e ho pensato: questa è Phonm Penh! Pioveva e pioveva: era il monsone. Ho visto questo paesaggio allucinante. Una città dove non si vedeva niente. Sommersa.

Sull’aereo, c’erano soltanto quattro o cinque persone a bordo. Perchè cosi poco, mi sono chiesto. Io le guardavo. Cercavo di capire com’erano i cambogiani e chi erano.

All’epoca, c’era il vecchio aeroporto, quello costruito dai francesi. Era un capannone vecchio stile dove non c’era niente, né souvenir, né duty free. Non c’era neanche un aereo sulla pista ma solo due elicotteri russi da guerra, giganteschi e arrugginiti come tutto il resto che vedevo.

Era una città grigia, colore grigio povero. Già  sulla pista, sentivi l'umidità. Il caldo che ti fa uscire l'acqua dalla pelle. E cosi fu.

Cosi sono arrivato a Phnom Penh, capitale della Cambogia. In quel momento mi sono chiesto cosa stavo andando a fare in quel posto, che cosa fin dagli anni dell’infanzia aveva accompagnato e sostenuto fino a realizzarlo il desiderio di trovarmi in quest’angolo di mondo.

 

Sono arrivato in Cambogia con il compito di creare un dipartimento di fotografia all'Accademia Reale delle Belle Arti: era questa la mia missione.

Nella scuola, s’insegnava  pittura, scultura e danza tradizionale, le famose Apsara e nient’altro. Tre mesi prima, la direzione della scuola aveva mandato una richiesta di cooperazione all’Ambasciata di Francia, cercavano un fotografo che fosse disponibile a spostarsi per realizzare questo corso di fotografia. Così, per volontà e fortuna mi sono ritrovato, catapultato ad insegnare a 12 000 chilometri da casa mia. Ero un fotografo ma non avevo mai insegnato in vita mia. Non sapevo niente di come si fa o si prepara una lezione. Ero così contento, finalmente avevo la possibilità di andare lì. Ho accettato subito! In cambio, l’Ambasciata mi dava un biglietto aereo andata e ritorno, un visto business e una casa. Niente stipendio! Cosi sono partito da Parigi con questo contratto in mano. Una volta sul posto e dopo una settimana di corso, i servizi culturali dell’ Ambasciata mi hanno offerto 500 dollari al mese come stipendio. Mi hanno raccontato che volevano  una persona, veramente motivata ad essere lì, in un paese difficile dove tutto era da ricostruire. Per questo motivo, non era specificato un stipendio. Era in qualche modo, una prova d’esame. Per me, era la provvidenza.

I miei alunni erano 12 ragazzi, desiderosi e pronti ad imparare l’avventura della fotografia. Dodici ragazzi, nati quasi tutti dopo il regime di Pol Pot, pieni di vita, di curiosità e di rispetto.

Avevo 12 ragazzi e solo 6 macchine fotografiche vecchie e madide come il paese. Immediatamente mi sono reso conto che nella città regnava un vero e proprio deserto culturale: nessun cinema, nessun teatro e una sola biblioteca per una città di più di un milione di anime. Avevo davanti agl’ occhi degli studenti che non avevano mai avuto la possibilità di aprire un libro d’alcun genere, difatti studiavano su fotocopie. Il compito non era solo l’uso della macchina fotografica,  ma era riuscire a dare loro, la possibilità di guardare il mondo, di riempirlo di ricchezze e di curiosità, insomma utilizzare la macchina fotografica per alimentare un sogno, un desiderio.

 

Da quel umido arrivo sono passati sei anni.

 

In un giorno di dopo pioggia, grigio come la mia lontana Parigi, sono entrato per la prima volta all’interno del famigerato Tuol Sleng, S21, il luogo dove avvenivano le torture perpetrate dai Khmers Rossi.  Dentro le sue celle, ho avuto l’impressione di sentire ancora lo strazio delle urla dei prigionieri, dei bambini, delle donne e degli uomini, torturati ed uccisi.

Dopo, sono stati quattro anni di lavoro che ho passato a lavorare, in maniera quasi ossessionante, sul tema della memoria o sull’assenza di essa. Forse tutto ciò è accaduto la prima volta che mi sono fermato a leggere su quei muri i 10 comandamenti del regolamento carcerario ed è, fra il numero 4 e il numero 6 che credo sia maturata la mia convinzione di intraprendere questo lavoro:

- Dovete rispondere immediatamente alle mie domande senza perdere tempo a riflettere.

- Quando venite frustrati o ricevete delle scariche elettriche non dovete assolutamente piangere o gridare.

Tra quelle mura sono state uccise 18 000 persone, 2000 delle quali erano bambini.

 

Dopo 3 anni, 8 mesi e 20 giorni del regime di Pol Pot, 2 milioni di cambogiani mancavano all'appello su una popolazione di 7.500.000 abitanti. Una media di 1550 esecuzioni al giorno. La Cambogia, era divenuta il Kampuchéa Démocratique. Si era trasformata nella triste nazione del silenzio. Nello spazio di poche ore il paese intero era precipitato dentro quello che si chiamerà il "grande balzo all'indietro", per contrapposizione con la rivoluzione culturale cinese.

Le città furono svuotate e gli abitanti deportati verso le campagne. Tutto si fermò di colpo: niente più poste, telefoni, vetture, scuole, università, ospedali; niente che appartenesse a questo mondo esisteva più. Anche il denaro, cosa impensabile, sparì completamente. Sette milioni di schiavi finirono nelle mani di folli, criminali all'occorrenza. La regola era semplice: chi non lavorava, non mangiava. E cosi via.

L'Onu, riconoscendo la Cambogia dei Khmers Rossi come la sola sovrana, concesse ai rivoluzionari l'occasione sognata di commettere liberamente e legalmente l'irreparabile. Fu, in un qualche modo, la subdola autorizzazione di un genocidio.

Per l'Occidente intero, il messaggio era chiaro: la Cambogia per 18 lunghi anni sarebbe stata rappresentata politicamente e diplomaticamente dal suo leader e dal suo braccio destro, ovvero la coppia Pol Pot-Ieng Sary.

 

All’interno di S21 ho incontrato quello che è diventato il mio amico, Chey Sopheara, l’attuale direttore di Tuol Sleng. Era arrivato a S21 nel febbraio  del ’79, esattamente un mese dopo la presa di Phnom Penh da parte dei vietnamiti. Era tornato nella sua città che aveva abbandonato da studente, vittima delle deportazioni di massa con cui Pol Pot aveva allontanato forzatamente gli oltre due milioni di abitanti della capitale.

Neanche quattro anni più tardi, il giovane studente che era partito tornava vecchio, sul volto e nell’anima. In cambio di qualche grammo di riso aveva trovato lavoro a Tuol Sleng: il suo compito era ripulire l’edificio, portare via i corpi torturati rimasti all’interno delle celle, lavare, dal sangue versato, il marciapiede antistante, fare in modo che quell’odore di morte che impregnava le mura si attenuasse fino a sparire. Anche le foto-ritratto dovevano essere messe a posto: in ordine, per le famiglie dei morti, per quelli che ancora cercavano fra i dispersi.

Ho chiesto a Chey Sopheara se avesse raccontato ai suoi figli   oggi hanno la stessa età del padre quando fu deportato - l’orrore di quegli anni. Mi ha risposto: “Sì, l’ho fatto, ma non ci credono”.

Non ci credono perché da quei tristi avvenimenti sono passati esattamente trent’anni, il tempo di una generazione e il 60% dell’attuale popolazione della Cambogia ha oggi, meno di trent'anni. Loro non c’erano e nessuno gli ha davvero mai spiegato cosa sia realmente accaduto in quel periodo d’orrore. Sui banchi di scuola e all’università si studia la  mitica storia dell’Impero Khmer; neanche una parola su Pol Pot, non un rigo sulla lunga guerra iniziata nel 1970 e conclusasi con gli Accordi di Parigi del ‘93. Un vuoto, un tunnel di 23 anni che ha cambiato un’ intera società, derubandone la sua storia e la sua identità.

Ogni tanto mi capita ancora di fermarmi a pensare se Pol Pot  sia davvero riuscito, nei suoi pochi anni di potere, a cambiare un intero paese: la Cambogia, le sue anime, i suoi luoghi sono ancora abitati da fantasmi palpabili.

Quasi tutti i capi Khmer rossi , a cominciare dal  famoso Ieng Sary, numero due del regime che vive grassamente e indisturbato, in ville lussuose tra la capitale Phonm Penh e la viziosa Pailin, il tutto sotto gli occhi di tutti. E come lui, ci sono tanti.

Allora mi tornano le parole di Chey Sopheara:

“A volte…a volte sogno di vivere ancora nella foresta, vestito d’abiti neri e ci sono ancora i Khmers Rossi che arrivano per giustiziarci e noi siamo di nuovo costretti ad abbandonare la nostra casa. Ecco, non possiamo dimenticare, non si può dire “dimenticare il passato”, No. E ora chi è responsabile?  Più di due milioni di morti. Senza giustizia, senza tribunale. Avere un processo è molto importante”.

 

Durante questi quattro anni in Cambogia ho lavorato sulle conseguenze dirette ed indirette della guerra in questo paese e sulle sue visibili ripercussioni sull’odierna società cambogiana. Ho scelto di raccontare il presente di questo paese nella sua versione più dura e delicata. Le immagini sono state tutte realizzate di notte al seguito degli educatori della Ong Krousar Thmey (Nuova Famiglia ndr) i quali si occupano della reintegrazione dei bambini di strada. Alcuni di essi sono semplicemente abbandonati, altri costretti dai loro stessi genitori a mendicare, a rubare,  e coloro che  rientrano  a mani vuote vengono picchiati. Questi bambini sono legati ad ogni sorta di traffico: prostituzione, droga, gang. Spesso, sotto una pioggia battente, siamo andati tentoni alla ricerca di questi bambini. Li abbiamo ascoltati, abbiamo dato loro del pane e tagliato le unghie. La maggior parte dei bambini che abbiamo incontrato sniffano colla, mentre altri s’iniettano oppio per combattere fame e fatica. Abbiamo insistito perché venissero con noi presso il centro d’accoglienza di Krousar Thmey, dove avrebbero potuto ricevere educazione, condizioni igieniche appropriate e, per il futuro, una preparazione professionale, insomma una vita normale, quasi normale.  E’ difficile però convincere un bambino di piegarsi ad una disciplina dal momento che vive libero per la strada. I genitori sono egualmente un handicap, poiché nella maggior parte dei casi sono proprio i bambini che permettono loro di vivere.

Qualche volta i piccoli vengono a passare due o tre giorni al centro, ma poi tornano sulla strada: per voglia di libertà o per la minaccia di un capo gang. Ricordo una notte di monsoni in cui, partiti in due su un motorino, l’educatore ed io siamo rientrati all’alba in quattro dopo aver “impilato” due bambini sulla sella.

 

Le foto che ho realizzato sono la testimonianza astratta e reale di tre storie che viaggiano tra il passato, il presente e le speranze future di questa società. Ho cercato di percorrere a ritroso il tempo di questa memoria perduta, il tempo dei ricordi che si mischia alla realtà a noi più vicina per fondersi nel tramonto che esplode sulle rive del Mekong, là dove le anime rinascono ed invadono il cuore dei viventi.

Mi sono reso conto che l'unico posto dove la gente cammina era sul lungo fiume.

Il Mekong è l’essenza stessa del paese, senza acqua, la Cambogia non potrebbe esistere.

Lì,  per la prima volta ho visto i cambogiani sedersi a riflettere. Ho visto per la prima volta sul fiume una coppia di giovani innamorati, darsi la mano. Sono i momenti più intimi di una storia d’amore vissuta pubblicamente in Asia. Il Mekong è un momento di pace, forse l’unico in una città dove la pace non esiste. Sul Mekong la gente mi è sembrata più bella, più serena con se stessa. Per me è stato evidente che questo era il futuro del mio racconto. Era il momento di riflessione per tutti i cambogiani. I Khmer prendono gli uccellini che sono chiusi in gabbia e vanno verso il fiume per liberarli. Gli uccellini rappresentano i  desideri e i ricordi che vanno via verso il villaggio d’origine ovvero il luogo dove sono nati  e dove sono  rimasti i propri genitori che per molti sono morti durante la guerra. La città non esiste per i cambogiani, è stata creata dai francesi. Tutti i cambogiani vengono dalla provincia, dalle risaie e sentono il fiume come le loro origini, le loro anime.

Fin dai primi giorni ho avvertito questo lavoro come un’urgenza, maturata nel buio in cui, a distanza di trenta anni, la Cambogia brancola ancora. Mi sembra importante d’ insistere su una memoria che ha tanta difficoltà ad esprimersi. La Cambogia di oggi è diventato un luogo spesso surreale, a volte misterioso e ancora popolato da lontani fantasmi. Per rendersi conto, basta pensare che il paese è passato in dodici pochi anni (1994-2006), dal regime di Pol Pot dove ogni forma di pensiero, religione diversità veniva annullata e punita;  al  nuovo paradiso del turismo sessuale. Un paese oggi, completamente sconvolto dai dollari del turismo o meglio da quelli derubati alle grandi organizzazioni internazionali. La Cambogia, sconvolta dall’ Aids,  dalla corruzione di tutti e della legge del più forte, sconvolta dai bianchi delle ONG con stipendi d’oro: la Cambogia è surreale in questo senso.