"Missisipi River" di Nicolas Pascarel





*Prologo.

La guerra del Vietnam ha dato la possibilità ad una generazione intera di giovani fotografi di vivere profondamente un momento fatto di libertà e d'indipendenza rispetto ad una cultura basata sul benessere che aleggiava all’epoca. Per tutti loro nati dopo la seconda guerra mondiale, la misteriosa Indocina, sara l'occasione perfetta di allontanarsi del conformismo occidentale e sopra tutto d'intervenire direttamente sui motivi e le cause di un conflitto dando cosi' spessore alle loro vite.

Molti giovani parigini (Roland Neveu, Hervé Cloaguen, Patrick Chauvel, Catherine Leroy...), di New York, (Dana Stone, Sean Flynn, David Burnett...) o del Australia come Tim Page sono partiti con questo spirito. Sono diventati fotografi entrando in contatto con questa terra dove tutto era finalmente possibile e permesso.

Nessuno di essi prima di partire era un fotografo di professione, l'avventura personale e la voglia di libertà li univano. La foto fu il mezzo per raccontarsi e raccontare un mondo in piena ebollizione.

Molti tra di loro (135 in totale) non sono mai più ritornati, lasciando la loro pelle sulla nazionale 1, strada che collega Phnom Penh a Saigon o nella giungla del Laos, scomparsi per sempre in condizioni spesso mai chiarite.

La guerra del Vietnam fu unica in questo. Mai più, il fotogiornalmismo, il "reportage" sarà altrettanto libero di esprimersi. Con la fine della guerra, paradossalmente, si arresto tutta un 'epoca fatta di grandi ideali che si erano mescolati alla realtà quotidiana dei combattimenti. Un’epoca fatta di desideri folli e di LSD, di utopie a volte naif e di sogni a volte infantili, il tutto accompagnato della musica dei Rolling Stones.

Saigon é stata l'immagine di tutto cio, un angolo d'inferno cosi' vicino al paradiso.

Questo documentario parla di tutto questo, di un' avventura pienamente vissuta, di questo vento di libertà che soffiava in quell'epoca sul mondo, di fotografia, d’uomini e di donne che hanno scelto di essere protagonisti attivi delle loro vite.

Hervé era uno di essi, forse non il più famoso, non il più coraggioso e forse nemmeno il migliore reporter di guerra ma soltanto un giovane parigino partito alla ricerca di se stesso, catapultandosi sull' ultimo aereo di linea ancora disponibile per vivere in diretta la fine di un conflitto vecchio di 30 anni.

E' questa la storia che vi raccontiamo.





Saigon 29 aprile 1975

Cronologia:

La città é quasi caduta. L'indomani 30 aprile, Saigon, sarà nelle mani dei nord-vietnamiti. Saranno loro i nuovi capi del paese. La guerra sarà finita.

Sono già diversi giorni che i G.I (gli soldati americani) hanno lasciato i bar e le strade della capitale del Vietnam del Sud. Le famose calde notti di Saigon fanno parte del passato, i bar sono ormai vuoti e le donne tentano di ritornare "asiatiche", bisogna "ri-amandolare" gli occhi...il tutto in una notte.

Siamo in pieno centro città, in un bar, il "Missisipi River", a due passi della famosa Rue Dhan Khoi, ex rue Catinat. La luce é quella dei quadri di Caravaggio con il grano dei film super 8. Una giovane e bella vietnamita, Annie, balla da sola tra il biliardo e i tavoli vuoti. La luce è soffusa e in sottofondo c'è una musica francese ( paroles paroles di Dalida e Alain Delon o Ritornerai di Bruno Lauzi ) che inebria nell' atmosfera generale, tutto come la danza della giovane donna.

La musica si ferma d'un colpo.

Il documentario gioca sempre sulla nozione del tempo, non sappiamo bene se siamo nel 2007 oppure nel 1975.... i ricordi sono come la realtà, si mischiano in uno spazio-tempo, indefiniti.

Annie si siede su uno sgabello vicino al banco e ci dice:



" ti voglio raccontare una storia! ...Una storia che non esiste più! ....Ascolta" .



"...Ho incontrato Hervé nello scorso febbraio. Era solo. Era appena arrivato a Saigon e gli avevano rubato la macchina fotografica. Conoscevo un altro fotografo di Paris Match, lui doveva partire e ha lasciato a Hervé la sua macchina. Penso che era più per farmi piacere. E' cosi che l'ho incontrato, proprio qui, in questo bar... guarda, ecco com'era (lei mostra una foto)... é stata sua sorella, farmacista a Parigi, che gli ha dato i soldi per venire qua... credo appena 3000 franchi. Hervé ha preso, quasi l'ultimo volo Parigi-Saigon, aveva solo un biglietto andato in tasca, qualche rollino e una camera...voleva vedere che cosa succedeva qui, essere qui, presente !..."





Saigon monsone 2008

Ritroviamo Hervé in un aereo, guarda attraverso un oblò il Delta del Mékong.

L'immagine é di nuova pulita e netta come un film-video dei nostri giorni.

Hervé ha ormai quasi 60 anni, attraversa i suoi ricordi lungo le strade di Saigon, oggi divenuta Ho Chi Minh ville. Intanto lui parla ad alta voce... e si racconta. La videocamera lo segue dappertutto.

E' lui il nostro protagonista.

Le immagini che seguono sonno quelle descritte nel prologo. *vedi prologo









Durante le immagini del film, Annie è sempre giovane, circa 20 anni di età. Invece Hervé è , quasi vecchio. Lui ripresenta il presente e lei il passato. Di lui giovane ci sono soltanto le fotografie del rollino lasciato il giorno della sua partenza di Saigon.

Di tanto in tanto, ritroviamo Annie che si ricorda di un dettaglio di un week-end trascorso nel Delta del Mékong o su una spiaggia di Nha Trang.



Alla fine del documentario, Hervé entra in un bar e lo riconosce come il bar delle ultime notti prima dell'arrivo dei nord-vietnamiti. Vi entra!

Annie é li' che balla, balla balla.... la piccola Annie.

Lui resta in piedi di fronte a lei, la guarda lungamente e poi le parla, ma la musica forte copre le loro parole. Nella scena finale, ritroviamo l'atmosfera dell'inizio del film, le immagini hanno di nuovo il grano del super 8.





storia 1 Annie:

Normalmente in questo periodo dell’anno, non piove, mai una goccia d’agua, solo un sole di piombo come fosse mezzogiorno a tutte le ore. Pero quest’anno ha piovuto come fosse un presagio d’incertezza. Faceva caldo e pioveva, fu cosi. Hervé non aveva tanti soldi, anzi quasi niente allora lo preso a casa mia, non era proprio una casa, piuttosto una stanza, grande, lunga, alla cinese ma senza mobile, vuota. Senza ricordi e nient’altro. Hervé è rimasta qua per due mesi, quasi tre, fine alla fine, con soltanto la machina fotografica e dei rollini, tanti rollini. Metteva gli rollini nel frigorifero, birra e rollini e basta.

Poi è arrivato il 30 aprile.

La mattina del 30 aprile, è andato via a l’alba, lui sapeva cosa stava succedendo. La sera non è tornato. Ero preoccupata pero sapeva che lui faceva il suo lavoro allora ho pensato che domani sarebbe tornato, tranquillo. Non ero angosciata per lui ma per me, per il mio lavoro di notte al “Missisipi River”, pensavo a tutto quello che mi poteva succedere. Gia qualche giorni prima, delle ragazze del bar non venivano più a lavorare, alcune si faceva rifare gli occhi a mandola, cambiava casa per non lasciare tracce. L’atmosfera era nervosa. Io ero dentro una storia d’amore, sai come a 20 anni, niente conta veramente. A quell’età non conosci la paura.

Dopo due giorni, è salito a casa il mio vicino del piano di sotto. Con lui c’era un militare molto giovane e un altro tipo, credo un ufficiale, giovane anche lui. Lui aveva l’accento del nord. Mi hanno fatto delle domande sulla mia vita, sopra tutto il vicino e dopo un’ora mi sono ritrovato dentro un’altra casa un può al di fuori della città, c’era tanta gente con tante domande. Mi chiedevo sempre si ero con un straniero e perché. Tutti nel palazzo mi aveva visto con Hervé, era inutile mentire. Mi hanno detto che avevo un corpo da vietnamite ma una testa, un spirito di straniero, contaminata del capitalismo, del nemico. Sono rimasta li, chiusa per quasi sei mesi e poi un giorno mi hanno rilasciata. Sono tornata come fosse niente a casa mia. C’era più niente, neanche il letto, completamente vuota. Avevano preso tutto, forse i vicini pensando che non sarebbe mai tornata! Sul muro c’era un biglietto scritto attaccato con un scotch e pieno di polvere:

Ou es tu? Rendez vous devant l’Opéra à 6 heures, je t’attends là bas. Je t’aime. Hervé 2 mai 1975 »

Firmava sempre con la data…nel caso o…

Non lo mai più rivisto, mai più. Quando sono andata via della casa, ho incontrata la vecchia che faceva il phò (la zuppa vietnamite) nel cortile del nostro palazzo. Teneva in mano un rollino che ho riconosciuto subito. Mi dice:

“ tieni! un giorno, la mattina presto, il francese se né ‘andato. Mi ha lasciato questo per te, era il 4 o il 5 di maggio, credo. Lo conservato pensando che tu tornasse…. adesso è fatto…”

Ho cercato per strada un fotografo ancora aperto, tutti gli laboratori avevano chiuso dopo il 30 aprile, non c’era più nessuno che faceva delle foto. Per caso, ho trovato un vecchio che lo sviluppo a casa sua. Erano le foto di noi due partiti un week end a Nha Trang, sulla spiaggia. Vedendo le foto, ho pianto per un mese, un mese intero. Le foto c’e lo ancora, l’ho sempre tenute con me. Era fine novembre del stesso anno. Un anno folle dove tutto comincia e tutto finisce cosi…senza nessun logica, senza traccia di niente. L’anno più pazzo della mia vita, quello più bello anche, più intenso. Sono passato trenta anni, trent’anni non è poco. Qua la vita ha molto cambiata dopo il 30 aprile…molto.

Per quasi due anni, ogni tanto veniva un ufficiale a casa e mi chiedeva della mia vita, se avevo trovato un lavoro e che nel caso di no, il partito, il comitato popolare mi avrebbe trovato uno. Mi diceva che dovevo sposarmi e cosi non avrei mai più avuto problemi, insomma che era tempo di pensare al futuro, a costruire una vita nuova.

Ho rifatta la mia vita, da capo, come fosse niente, forse banale pero era l’unico modo per continuare a vivere in pace e cosi fu. Poi un giorno, era nel 1992 o 93, non mi ricordo bene, abbiamo cominciato di nuovo a vedere stranieri nelle strade di Saigon. Erano i primi dopo tanto tempo, dopo la guerra. La ho pensato di nuovo a lui, a sperare, a sognare pero niente. Stavo per strada giorni e notte per incontrarlo, facevo mille volte Dhan Khoi, avanti, in dietro con la speranza di vederlo, pensavo che lui sarebbe tornato, ero sicura… invece niente. L’ho fatto per piu di due anni, cosi, avanti, in dietro, chilometri di marciapiede a sognare, sperare. Avevo solo paura della polizia, di un controllo ma lo facevo lo stesso, niente, nessuno mi poteva fermare. Ogni tanto, fermavo un straniero per strada e facevo vedere le foto e chiedevo se lo conosceva…loro si mettevano a ridere, o dicevano di no, la gente credo, non capiva. Un giorno non so perché ho detto basta. Basta! e non sono mai più tornato a camminare come una matta su Dhan Khoi. Era finito. Tutto finito.

Oggi non saprei neanche riconoscerlo, sarà vecchio…come me. O morto chi sa?

Pero a chi poi interessare tutto questo, non interessa nessuno, più nessuno…è sicuro!





storia 2 Hervé:

Hervé sta sul’aero che lo porta a Saigon o piuttosto Ho Chi Minh city. Traversa il delta del mékong e guarda giù, il panorama dei campi inondati come sempre in questo periodo dell’anno. La notte è quasi calata quando l’aero attera a Saigon. Hervé esce dell’aeroporto e prende un taxi. Nel taxi, guarda tutto come un bambino che si ricorda di tutto e di niente. Non parla, guarda il traffico e le luci della città. Scende al centro della città in una piccola strada dove trova una stanza per dormire. Una stanza tipica con ventilatore ad alta velocità e rumoroso, con luce néon dovunque, con odori tipici di DTT e colori naif sulle lenzuoli di plastica, come sempre in questa parte del mondo. Hervé si sieda sul letto, prende una sigaretta e guarda il tutto. Tutto sembra uguale, uguale a prima.

Dorme cosi, senza rendersi conto.

Si sveglia di notte e chiude le luci. Si accende una sigaretta e apre la finestra. Scende giù alla réception e senza svegliare nessuno, apre il frigorifero e prende una birra. Torna sopra nella sua stanza. Se la beve vicino alla finestra, guardando la notte.

Le prime minute del girato sono mute.



La mattina dopo. Hervé sta nel bagno, facendo la barba, i denti, ci guarda e dice:

“adesso, ci devo andare, devo scendere, camminar….e sopra tutto, respirare, sentire la città….”

Scende alla réception e vicino al suo nome, scrive: One Tiger. Il nome della birra di ieri notte.

Siamo per strada e Hervé cammina. Si dirige verso quello che lui conosce. Verso il Palazzo della riunificazione.