Caro Jack,

devo proprio essere disperata se oso iniziare questa lettera.
Hai voglia di sentire un’altra storia?
Sono una musicista, ad essere precisa una pianista. Non ho avuto genitori carcerati, tossicodipendenti, né con disagi di alcun genere. Sono una persona fortunata, figlia di benpensanti e benestanti e bla, bla, bla.
 
Mi dirai: e che mi scrivi a fare?
Scrivo perchè si può vivere la propria quotidiana implosione, beninteso, senza mai dare a nessuno motivo di sospettarne, in quanto essere portare di musica, testimone, nel mondo dell’easy-free tutto subito, di un percorso di crescita che impiega anni, decenni, per dare i primi frutti. Si può essere disperati perchè, è patetico dirti che ho tutte le carte in regola, lo so ma è solo perché non sai nulla di me. Ogni giorno che passa le strade si sbarrano una dopo l’altra.
 
Scusa, non te la voglio fare lunga ma ho dedicato quindici anni della mia vita a scoprire i segreti di un repertorio sterminato; ho amato con la parte migliore di me la musica, questa musica. Ma ora mi sto spegnendo. Ogni anno che passa la forza d’animo, le ali della fantasia, la capacità di condensarmi in un punto e lì fare mondo, ma soprattutto la fiducia in me stessa si opacizzano un po’.
 
Nonostante questo, non è perché a trentatre anni vivo sotto la soglia di povertà, che piango. Sento in me un mondo talmente vasto, ricco e splendido, che non mi manca nulla, e solo che, in un Italia in cui un mio collega di Trieste si è mangiato un cigno del parco; in un Italia che chiude le orchestre RAI; in un Italia in cui la musica non fa più parte del retaggio culturale di nessuno, in cui le sale da concerto sembrano più che altro ricoveri per anziani; In quest’Italia i musicisti vivono quotidianamente la loro realtà di essere negati, siamo fantasmi. Allora penso che si possa piangere per la fine delle prospettive, per la caduta del fine che reggeva l’esistenza di tanti come me che purtroppo sono finiti a fare i contabili, i guidatori di autobus, gli insegnati  in sordide “scuolette” comunali che pagano mezzo milione al mese, i passacarte e quanto altro. Non è tanto il guadagnare poco o il fatto di non avere un posto fisso, quanto il dramma di accorgersi improvvisamente, che mentre Tu sudavi sangue per anni e scoprivi una dopo l’altra le chiavi che aprivano i forzieri in cui sono custodite tante difficili meraviglie, il mondo diventava sordo.
Cosa vale la musica più bella se non c’è orecchio ad udirla?
Cosa varrebbe la cappella Sistina se fossimo tutti ciechi?
Scusa, scusa, scusa la tirata! In fondo un po’ tutti ti usiamo per comunicare con meno pudori del solito le nostre più o meno grandi voragini esistenziali  e so che la mia è nulla in confronto ad una solo giornata di una donna in Afghanistan, ma non ti ho scritto solo per sfogarmi, non è che per una volta potresti anche solo ricordare che esiste un'altra musica che è l’equivalente della poesia di Leopardi e della pittura di Michelangelo, che è forse un po’ difficile, ma nella vita le cose migliori non sono mai ne easy ne free. Potresti forse?
In cambio ti offro una piccola perla, un piccolo lied di Hugo Wolf: La fanciulla abbandonata.
 
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Il pianoforte parte con pochissime note, solo tenuissimi bicordi, sono come gocce, lacrime che disegnano strani percorsi irregolari sul volto, il silenzio è in agguato, ma arriva la fanciulla e dice:
“Presto, quando cantano i galli, prima che le piccole stelle scompaiono, devo stare al focolare, devo accendere il fuoco. Bello è il bagliore delle fiamme, sprizzano le scintille, io le guardo immersa nel mio dolore, d’improvviso mi ricordo, ragazzo infedele, che di notte ti ho sognato!”
E davvero qualcosa si muove, la musica si anima un po’, ma è solo un momento, poi il ricordo di Lui s’allontana, rimpicciolisce, scompare, allora tutto torna come prima. Una lacrima dopo l’altra, allora scende giù, così arriva il giorno.
“Oh, se di nuovo andasse via!”
E anche Lei scompare a echi sempre più sottili, chiusa per sempre nel quadro che l’ha fissata a quest’immagine.
 
Un Saluto,
Sabrina
 
P.s.
Dimenticavo, c’era una cosa che volevo dire a quel ragazzo che la scorsa settimana ha confuso la speranza con l’illusione:
Lo so, il troppo soffrire fa scoppiare il cuore, ma finché ce ne è una sola briciola, Io credo che nell’ingiunzione di Ernst Bloch: Sperate! Perché la speranza è un durissimo compito, per chi è quaggiù non un lusso, ma è la nostra stessa visione delle cose che cammina con Noi. Non so se si possa parlare nel modo in cui ho appena fatto ora, senza essere anche un po’ folli, accetto tutto, depressione, follia, tristezza, ma ho deciso di buttare via solo una cosa: l’Isolamento!