Per un uomo non è mai come per una donna.  Quando un uomo è deluso, angosciato, sconfitto, si lascia andare. E’ come un ostaggio bendato in mano ad un terrorista, non trova via di fuga, perché il terrorista che lo tiene in ostaggio è se stesso. Dopo una grossa delusione una donna cerca rifugio nelle amiche, si sforza di frequentare ambienti diversi, persone nuove, di riscattarsi. L’uomo mai, non riesce a pagare il riscatto. La delusione lo tiene in ostaggio. Certo può anche derivare dall’abbandono di una donna, dal tradimento di una moglie o di una giovane donna, ma l’amore perduto non rappresenta, come per la donna, l’epilogo della sua delusione ed il prologo della sua rinascita. No, per un uomo è solo l’inizio di una serie di confronti successivi con il terrorista che lo tiene in ostaggio. Si rimane immobilizzati su una sedia con le braccia  legate dietro la schiena. Lui ci sfila la benda dagli occhi e noi rivediamo, in serate senza luce, tutte le primavere in cui abbiamo creduto. Di solito si tratta di una serie di confronti con altri maschi, quando siamo stati derisi da bambini, perché eravamo goffi, o in palestra ruzzolavamo da una parallela, o non avevamo saputo rispondere, fra le risate della scolaresca, a una domanda facile come chi ha scoperto l’america. Piccoli smacchi della vita quotidiana nel corso degli anni: la raccomandazione grazie alla quale un impiegato più giovane e meno preparato di noi divenne, di colpo, il nostro capoufficio. Certe umilianti anticamere da un assessore di provincia, potente amico di famiglia; e se i suoi morti, soprattutto la madre, un uomo in disagio, anche anni dopo, sovrappensiero, compone il telefono della casa in cui è stato bambino, per sfogarsi, raccontare la disgrazia che gli è accaduta, e solo nel momento in cui sente suonare libero, o una voce estranea gli risponde al telefono, prende ulteriore coscienza che è rimasto solo, che adesso il padre è lui, o il fratello maggiore, o il nonno, comunque colui dal quale ci si aspetta sempre qualcosa di materiale, dal sostentamento dei figli a una casa, dall’assegno di separazione all’eredità. L’uomo sa, e ne soffre, che una serie di impegni umani e professionali gli impediscono ogni via di fuga, che deve prima rendere conto, amministrare, e anche se per momento una ruga gli solca la fronte, e medita di farla finita, una seconda ruga si compone come un promemoria sull’agenda: deve in ogni caso passare prima dall’assicuratore e intestare una polizza vita a qualcuno che non è lui. Per uomo non è come per una donna che ha di natura diritto alla consolazione, che disporrà sempre del corpo caldo dei bambini nella notte, anche quando il letto matrimoniale è vuoto. Ma la questione, più ardua e complessa, per un uomo deluso, è la concatenazione del dolore in strati e non in un groppo unico, come per le donne, e ciascun strato è legato all’altro da una catena lunga come gli anni già vissuti, in cui ogni nodo è la storia della sua infanzia, dolente o felice non cambia, comunque un onda lunga di ricordi che gli spruzzano in faccia quasi ad infangarlo e sommergerlo. Il secondo nodo è la storia del suo paese, dove gli ideali perduti costituiscono altrettante dogane che gli impediscono di reinserirsi nel flusso, con gli altri. Un uomo profondamente deluso ha sempre timore che qualche divisa gli chieda i documenti e si accorga del suo permesso di soggiorno scaduto. Un uomo solo è sempre in terra straniera. Il terzo nodo, infine, è la prospettiva de futuro. Anche in questo il maschio è diverso: trova arduo programmare da solo i giorni a venire; senza un nucleo, una famiglia, un approdo, con in pugno il compasso dei ricordi, delle competenze, dei bilanci economici e delle illusioni perdute, gli è quasi impossibile disegnare un cerchio con se stesso come centro e punto motore. Può trovare rifugio in un amico, un terapeuta, un confessore, un rigurgito di fede. Ma alla fine si riveleranno solo dei palliativi, come l’abuso di sostanze alcoliche , o i riti del gioco, o passare da un letto all’altro per dimostrare ancora di essere sessualmente efficiente. Una donna distrutta la vedi dagli occhi, dalla sciatteria, dalla mancanza di trucco, soprattutto quando smette di rispondere al telefono. Per l’uomo è diverso: se non si perde in qualche labirinto del vizio, torna ad impegnarsi nelle stesse attività precedenti con un’asprezza inedita. Perseguita gli inferiori o l’ex coniuge. Smette di assolvere ai propri doveri , cerca il soccorso degli avvocati per ridurre gli assegni familiari, pretende un riconoscimento , si iscrive a qualche lobby. Il dolore non risolto si raggruma in rabbia, spesso sociale. Tende ad attribuire tutte le colpe all’esterno, trasforma la sua sconfitta intima in odio contro il malgoverno o il sistema fiscale e perfino lo sconvolgimento meteorologico delle stagioni. Adesso è difficile che solidarizzi con qualcuno, in una speranza, in un progetto di gruppo o in un sogno, se non per tornaconto personale. La delusione s’è trasformata in un elenco di diritti che ritiene gli siano stati negati, addirittura occultati, e si concentra in qualcuno di questi, ma come se dovesse strappare una bandiera dalle grinfie di un fantasma persecutorio. E quando s’è definitivamente convinto che il nemico è fuori casa, che la minaccia gli è estranea, in erti casi, si placa. Purché riesca a strappare uno straccio di rivincita sociale, fosse anche uno zero virgola sulla busta paga, una promozione anche a costo di compromessi invalidanti, allora ritorna a galla, e col passato dichiara di aver chiuso. Ma non è rinato coma sa una donna, è solo non morto: sopravvive.

Diverso è il caso molto raro di chi accetta il deserto, la solitudine e il degrado sociale, e se ne appropria, gli soffia l’ultimo alito d’amore che gli resta, coglie ogni pietra dalla sabbia e se la rigira tra le mani come un fiore. Questi uomini, in genere, sono fraintesi dalla società che non è più programmata a riconoscerli come guide, se non proprio osteggiati e disprezzati, tranne dai bambini , dalle persone malate, dagli animali, dai poeti, e dalle strade notturne che ne riconoscono  i passi. Sono quelli che ogni caduta si sforzano di risollevare colui che veniva dietro, lo sconosciuto con meno forze e risorse di loro. Anche in questo, la loro rinascita è diversa da quella di una donna, che ha bisogno di versare fiumi di lacrime su se stessa prima di rivedere l’alba, e di riattraversare tutte le antiche strade in un doloroso circuito interiore, prima di indossare un abito nuovo e riaffacciarsi al mondo. Il sorriso degli uomini di cui parlo, invece, è immediatamente spendibile per il bene degli altri. Di loro stessi si sono dimenticati, nessun terrorista interiore, ha diritto di prelazione sul loro futuro, non hanno più nulla da perdere, né riscatti da pagare, né odi o vendette da consumare, e la società che non li riconosce, e non ne apprezza i valori, paradossalmente li aiuta in questa opera di metamorfosi. Si tratta di gente taciturna, apparentemente mediocre, non c’è nulla di roboante che li segnali all’opinione pubblica per qualche notorietà (né nell’abito, né nel portamento, né in gesti clamorosi). Pensare che una donna in rinascita possa imbattersi in uno di questi uomini e riconoscerlo in una strada affollata è difficile. E non accade quasi mai.

Ma è nostro preciso dovere immaginarci questo amore felice.